Disperanza

di-spe-ràn-za

Significato Disperazione; sfiducia; dubbio; sgomento davanti alla vastità

Etimologia da disperare, voce dotta recuperata dal latino desperare, composto di de- e sperare ‘sperare’.

Non sempre per significare una cosa e il suo contrario usiamo termini strettamente speculari, distinti da un solo prefisso, anche se esistono. A volte variamo le coppie di contrari, in modo che si assomiglino un po’ meno — dando dei colori che non siano precisamente l’uno la negazione dell’altro, ma che abbraccino esperienze più rappresentative e complesse. Nel nostro vocabolario di base (quelle settemila parole catalogate da Tullio De Mauro che compongono la quasi totalità dei nostri discorsi) abbiamo sia speranza sia disperazione — ma sperazione e disperanza sono termini desueti. Tuttavia si possono ricercare, evocare con intenti poetici proprio quando la speranza e la disperazione si percepiscano come concetti limitati — il caso della disperanza è particolarmente interessante, anche perché ha una certa continuità storica d’uso (mentre la sperazione ha conosciuto solo usi sporadici, se non isolati, e comunque molto antichi).

La disperazione ha fatto in tempo a scavarsi un significato estremo molto univoco. Posso ancora dire in maniera non troppo drammatica che dispero di arrivare in tempo per il taglio della torta, ma il richiamo alla disperazione racconta un abbattimento completo, un sentimento che seppellisce. Invece la disperanza (anche se può arrivare ai significati ultimi della disperazione) in genere si mostra più sobria, più lucida e presente — addirittura può pareggiare le criticità della speranza, sentimento che non è universalmente positivo, che vive anche una misura di mollezza e illusione.

Posso parlare di come un avvicendamento di speranze e disperanze accompagni lo sviluppo della partita, posso parlare della disperanza di raggiungere l’obiettivo voluto, di come una certa situazione ci lasci un senso di disperanza. C’è sfiducia, dubbio, timore, nella disperanza, che proprio in quanto negazione letterale della speranza ci resta a confronto, in dialogo, la adombra — come la disperazione, avvitata su sé stessa, non sa fare.

Ma c’è un ulteriore uso che merita di essere citato, perché arricchisce la tavolozza dei nostri sentimenti: è stata detta disperanza anche quel sentimento sublime di sgomento che si prova davanti all’immenso, all’indomabilmente vasto — e ciò che ha questi caratteri. Ad esempio si può parlare della disperanza delle vette innevate, o del mare in tempesta. Non è un nesso abituale, ma è facile accorgersi come ci possa essere o possa mancare, nel rapporto con le grandezze del mondo, un senso di fiducia che è una sfumatura di speranza, o di sfiducia che è disperanza.


Mi buttai un’altra volta
a capo in giù.
All’avventura.

[…] Invano tentai di sfondare
il muro della paura.

Giorgio Caproni, “Disperanza”, in “Il conte di Kevenhüller”

Caproni diffidava della speranza: troppe illusioni pigre, perfino pericolose, si nascondono dietro questa parola. Neanche la disperazione però lo persuadeva, almeno quello sgomento urlato e paralizzante che solitamente si definisce con questa parola.

Quel che ci vuole è la disperanza: un rifiuto delle illusioni che non porta al nichilismo, ma a un rapporto più vero e libero con l’esistenza. È uno scavo sotto la superficie alla ricerca di un nocciolo duro di autenticità, di un punto di resistenza.

Come quello che emerge dalle Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia (un paesino della Val Trebbia), che avendo perso tutto possiede però la cosa più importante: “Ancora / non ho perso me stesso. / Non sono, con me stesso, / ancora solo.”

Anche il gruppo di transfughi della Piccola cordigliera trova nel freddo delle montagne (corrispettivo della disperanza) “la temperatura giusta / della [propria] salvezza”, costituita da pochi legami veri e forti e dal coraggio di chi affronta il destino a testa alta.

Peraltro, a differenza della disperazione, questo atteggiamento non genera una diminuzione della vitalità, ma un suo paradossale aumento. Da un lato infatti riporta l’attenzione su quello che c’è qui e ora, al di là di ogni ragionamento con cui cerchiamo di incasellarlo. “Per quanto tu ragioni, c'è sempre un topo — un fiore — a scombinare la logica” recita uno degli Inserti del Conte di Kevenhüller.

Dall’altro lato la caduta delle speranze non elimina la speranza in sé, bensì la libera nella sua forza grezza: una speranza senza oggetto, senza giustificazione, eppure innegabile nel suo alimentare la vita giorno dopo giorno.

In effetti, recita un altro Inserto, l’abbandono delle illusioni apre “a tutte le libertà possibili”, inclusa quella di sperare contro ogni speranza. La libertà, cioè, di impegnarsi nella ricerca della salvezza, o della felicità, anche se non la si sa definire. La libertà di attendere l’inatteso, di lanciarsi all’avventura pur sapendo che si sbatterà contro il muro dei nostri limiti, perché quella ricerca è un valore in sé, indipendentemente dal suo esito.

Dunque la di-speranza non è proprio l’opposto della speranza, ma in qualche modo la contiene: una speranza non semplicemente accettata perché comoda, ma scelta. Come quella del Preticello deriso: “Prego (e in ciò consiste / — unica! — la mia conquista) / non, come accomoda dire / al mondo, perché Dio esiste: / ma, come uso soffrire / io, perché Dio esista.”

Parola pubblicata il 14 Ottobre 2022

Giorgio Caproni, le parole - con Lucia Masetti

Ci avventuriamo insieme in un viaggio insolito — cioè nelle parole di un poeta grande e poco conosciuto del secolo scorso, Giorgio Caproni, a cui dedichiamo una settimana di pubblicazioni a tema.