Divorare

di-vo-rà-re (io di-vó-ro)

Significato Mangiare con avidità e ferocia; distruggere, consumare

Etimologia voce dotta recuperata dal latino devorare, derivato di vorare ‘divorare’, con prefisso de-, che indica movimento verso il basso.

Com'è che è così intensa, questa parola? Ci apprestiamo a fare qualche passo in un ambito che ci interessa particolarmente — e non solo per il cliché che siamo gente d'Italia. Abbiamo tante parole che ci permettono di specificare le modalità di introduzione del cibo nel corpo, una buona batteria di declinazioni del mangiare.

Possiamo tenere l'atto distante, adottando un tono formale (perfino clinico) col sostentarsi, il nutrirsi, l'alimentarsi; possiamo mettere l'accento su un'inclinazione da gourmet tramite l'assaporare, il gustare, il degustare; possiamo virare sul familiare col pappare e lo spazzolare, possiamo mangiare come uccellini piluccando, sbocconcellando, spizzicando e spilluzzicando (su questa costa particolare, che meraviglia di espressività), e naturalmente ci possiamo sdare — e proprio il mangiare esagerato è dove volevamo arrivare.

Possiamo abbuffarci o scuffiare (facendo aggio su un fonosimbolismo da fiato corto), ingollare ingozzarci o trangugiare (con riferimento al passaggio in gola), e poi abbottarci, rimpinzarci, strippare, stringendo il fuoco su come si gonfi l'epa. Son parole forti. Diverse s'imperniano sul suono, diverse su immagini basse — tutte con grande efficacia. Ma in questa brigata di epuloni, il divorare resta distinto. È smaccatamente più serio, più versatile, più profondo.

Siamo davanti a una parola dotta, recuperata dal latino devorare. Si vede che è formato da un verbo, vorare, con un prefisso, de-. Già il vorare non lascia dubbi su quale genere di mangiare sia: è avido, consuma, dissipa. D'altro canto ne viene anche la voragine — e le altre sue parenti più o meno prossime, che fanno capo a una radice indoeuropea che vale 'inghiottire', non sono comunque rassicuranti (si va dal gorgo al baratro). Fissati questi punti, il mangiare, col suo paziente riferimento alla masticazione, ci appare nettamente più composto e tranquillo. Ma dobbiamo ancora aggiungere il de-, che aiuta a tirare giù.

Il divorare si fa irrimediabile e irremeabile. Inghiotte in modo precipitevole, feroce — che si fa sorprendente nel migliore dei casi, terrificante nel peggiore. Ho così fame che divoro tutti gli avanzi del frigorifero, assorto nei miei pensieri ho divorato un pacco di taralli, e per il cuoco il modo in cui tutti divorano le lasagne è il miglior complimento. Finché stiamo sull'ingozzamento corrente e concreto, non tocchiamo picchi di inquietudine. Cambia qualcosa quando iniziamo a parlare di come la foca leopardo abbia divorato il pinguino, di come alcuni capi di bestiame siano stati divorati da cani inselvatichiti, del lontano prozio che finì divorato da una tigre durante uno dei suoi viaggi in Asia.

E saltando in metafora pensiamo all'amica che divora romanzi, a come divoriamo con lo sguardo qualcosa o qualcuno, alla via che divoriamo quando ci preme arrivare, alla passione che ci divora, o anche a come certi sentimenti siano in grado di divorarci — un rancore, un'invidia. (Se invece ci rodono, una brace cova e consuma piano.) Pensiamo alla casa o al bosco, divorati dalle fiamme, all'antica villa divorata dal tempo, all'agenda che divora il mese, a un'eredità divorata da uno scialacquatore, a una città divorata dalla guerra.
A parte forse il divorare libri e strade, che si veste di un certo poetico scherzo e non consuma, resta davvero inquietante, il divorare — un ingoiar giù, compiuto da noi e dalle altre bestie nello spasmo di un atto vitale, e preso a metro di rovina. Un altro caso in cui siamo misura di tutte le cose, anche quando la misura è smisurata.

Parola pubblicata il 06 Giugno 2026