Incubo

ìn-cu-bo

Significato Sogno che spaventa e angoscia; sensazione di spavento e angoscia che scaturisce da questo sogno, o simile; pensiero angosciante

Etimologia voce dotta recuperata dal latino tardo ìncubus, derivato di incubāre ‘giacere sopra’, a sua volta da cubare ‘giacere’, con prefisso in-.

La nostra cultura non tiene più i sogni in grande considerazione — e questo ha finito per depotenziare anche gli incubi, che hanno trovato impieghi figurati più promettenti, attagliandosi più ampiamente a pensieri, persone, situazioni, atmosfere (anche narrative) che producono un certo genere di sentimento. Ma l’incubo nasce come sogno angosciante, anzi come sensazione provocata da sogni del genere, e di qui dobbiamo partire.

Si sa, che si considerino messaggi, profezie, boli dell’inconscio o rielaborazioni scanzonate, i sogni sono volatili — restano impressi nella memoria in una maniera peculiarissima, vivida ed effimera, che solitamente può essere conservata solo col racconto, legandoci il galleggiante delle parole. Ma non di rado il sogno recluta tutto il corpo, è vissuto non come un viaggio mentale, ma come un’esperienza fisica e propriamente corporea: l’incubo ci parla precisamente di questo.

Il verbo latino cubare significa ‘stare disteso, coricato’; in italiano è passato in diversi recuperi dotti che ne sono derivati (dal cubicolo alla concubina) e popolarmente nel covare.
Il prefisso in- ci colloca così qualcosa che ‘giace sopra’, e l’immagine è molto versatile; pensiamo all’incubare, che noi facilmente colleghiamo a incubazioni e incubatrici, e che in latino poteva anche essere un vegliare così come un minacciare, senza contare il significato specifico (incantevole) del dormire nel tempio per fare sogni premonitori o guarire da un male. L’incubo è di questa famiglia ma prende una strada diversa. In particolare, descrive l’oppressione del sogno affannoso come il peso maligno di uno spirito ostile che incuba, che grava sul petto di chi dorme. (Ricordiamo en passant che esisteva — ‘esisteva’ — anche l’antidemone succubo, con tutt’altre prerogative.)

Così il peso corporeo, l’affanno, l’angoscia stringente che fisicamente si prova al risveglio da un incubo deluxe — inevitabile, ineluttabile finché ci siamo dentro — dà il nome all’incubo tutto. E certo posso svegliarmi da un incubo classico in cui sono in tragico ritardo e i lacci delle scarpe continuano a sciogliermisi (e scopro che sono lombrichi), ma posso farmi cullare fino al sonno da un ameno racconto dell’incubo, il collega mi racconta della situazione da incubo che ha a casa, con una dose di previdenza scongiuro uno dei miei peggiori incubi, mentre riceviamo l’ennesimo messaggio da una persona che è un incubo. Il sentimento si intreccia con la prospettiva terrificante e un senso di prigionia mentale che sono ignote ad assilli e tormenti, invincibilmente più scuro e onirico di un’ossessione.

Sorte espressiva, ma forse un po’ leziosa: a pescare da un fiume che si striminzisce si tira su sempre meno. Che valga la pena ridare lustro ai sogni e agli incubi?

Parola pubblicata il 27 Febbraio 2026