Vegliare

ve-glià-re (io vé-glio)

Significato Stare svegli, specie di notte; stare attenti; aver cura, proteggere

Etimologia derivato del latino vigilare, secondo alcuni attraverso l'ipotetica forma del latino parlato exvigilare; secondo altri attraverso il provenzale antico velhar, e parallelamente attraverso il volgare vegghiare.

Il verbo 'dormire' ha molti significati figurati — essere morto, essere tranquillo, essere dimenticato, essere inattivo. Però ha un solo significato concreto, che è proprio il dormire. Invece il vegliare, verbo che descrive un atto opposto al dormire, ha sviluppato altro, in una maniera sorprendente e meravigliosa.

'Vegliare' significa in primis 'stare svegli', e in particolare stare svegli nelle ore e nelle situazioni che normalmente sarebbero adibite al sonno. Ora, 'vegliare' per 'stare svegli' si usa poco. Si può fare una veglia, ma è un'occasione cerimoniale: ordinariamente si dice 'stare svegli'. Anche se la sveglia e lo sveglio sono naturalmente derivati della veglia (un pochino grossolani, con quel prefisso s- che quasi scrolla dal sonno), come anche il risveglio, che con la luce giusta prende anche un profilo mistico.

Questo 'stare svegli' ha un'importante estensione di significato in uno 'stare attenti' che arriva al 'montare la guardia' — significato che, saltando sul ramo accanto di questa bella canopia etimologica, troviamo squadernato e comune nel 'vigilare' (più vicino all'originale latino). Ma mentre si vigila di giorno e di notte, l'attenzione del vegliare conserva un tratto notturno; è un vigilare mentre altri dormono.

Curiosamente, 'vegliare' per 'vigilare' ci suona un po' desueto... ma in certi casi no. Non diremmo che la guardia privata veglia sulle case (suona un po' pretenzioso, no?), ma è del tutto normale parlare di come il supereroe vegli sulla città, o di come santi e antenati veglino su di noi. C'è un montare la guardia, uno stare attenti da parte di un'entità più alta e responsabile, nel vegliare — o letteralmente durante il nostro sonno o durante il nostro essere inermi, come chi al sonno è abbandonato.

Si vede come l'attenzione vigile comunicata dal vegliare, oltre al tratto notturno, abbia un tratto importante e diretto di cura, di protezione. 'Vegliare' diventa, dopo lo stare attenti e di guardia, il proteggere, l'avere cura (il significato che per ultimo si afferma: nella forma che usiamo oggi, addirittura a Ottocento inoltrato). E questo passaggio di significato, così tenero e forte, chiede un po' più di spazio per essere inteso bene.

Noi non siamo Batman né santi, né (finché siamo vivi e parliamo) antenati: questo di cura è un significato che deve scaturire da un'esperienza comune nostra e dei nostri nonni. Ci dobbiamo fare una domanda fondamentale: quando è che noi siamo svegli mentre altri dormono? Capita, quando si tira tardi, quando si fa il turno di notte, quando siamo insonni. Casi in cui (con maggiore o minor successo) si cerca di lasciar stare chi invece dorme il sonno del giusto.

Ma in certi casi noi siamo svegli guardando altri che dormono. Stiamo vegliando non più solo nel senso che siamo svegli e attenti, ma che lo siamo alla presenza di un inerme. Come quando siamo svegli e presenti accanto a chi lasciamo dormire, impaurito ma sfinito, dopo la scossa di terremoto, quando è malato e dorme un sonno febbrile e può ad ogni momento aver bisogno di assistenza, quando è bambino ed è solo incantevole guardarne il respiro.

Pare con la sola vera anticipazione del XV del Paradiso, in cui Cacciaguida racconta la pia, operosa modestia della Firenze che fu (e parlando delle donne tratteggia L’una vegghiava a studio de la culla), questo 'vegliare' di cura è il risultato di secoli di cottura di un concetto, che alla fine si è distillato nelle esperienze di chi (quanti prima di noi?) è rimasto sveglio di notte, per essere pronto davanti alla minaccia incombente mentre dà agli altri il sollievo del sonno, per presidiare da maggiore cosciente il sonno del minore. Tanto che è difficile, adesso, immaginare un vegliare che non abbia questo colore amorevole.

Parola pubblicata il 26 Febbraio 2020