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Fanciullo

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fan-ciùl-lo

SignEssere umano di giovane età

attraverso la forma arcaica fancello, da fanticello, diminutivo di fante, che è aferesi di infante 'bambino', dal latino infans 'che non parla', composto di in- negativo e del participio presente di fari 'parlare'.

Questa parola ha un tono decisamente rétro e ricercato, e nel panorama dei termini che indicano le età umane resta cardinale. Inoltre, mostra una curiosa differenza concettuale fra maschile e femminile.

Si può trovare affermato che dicesi fanciullo il giovane umano con età compresa fra i sei e i dodici anni - ma è del tutto arbitrario. Come tutti i termini di questa famiglia, ha un inizio e una fine graduali, sfumati: è difficile (ma non illecito) sentir chiamare 'fanciullo' chi ancora non cammina e chi già ha una bella barba. Capiamo che il ventaglio di età è piuttosto divaricato. La grande vecchia Dichiarazione dei diritti del fanciullo la intendeva a questo modo - ponendo come fine della fanciullezza solo la maggiore età.

La ricercatezza di questa parola è delicata, non spocchiosa o bizantina: nel suo essere un diminutivo c'è benevolenza, magari un po' paternale, magari un po' ironica. Non è riduttiva come il bambino (l'undicenne si risente), non è smagliata come il giovane (che può avere quarant'anni) ma è comunque un po' più comprensiva del ragazzo (che non va alla scuola primaria). Però viene usata con criteri più larghi se si parla di fanciulle: un po' per lusinga cavalleresca conservata nel riferimento al primo fiore degli anni e alla sua bellezza, ma un po' anche per riflesso dell'intendimento patriarcale che vuole la donna signorina finché non ha legittimo marito, la fanciulla può essere di età un po' più avanzata. Così dal parco si levano le grida giocose dei fanciulli, le composizioni di autori fanciulli fanno intendere un talento, e l'amico impacciato si fa coraggio e va ad attaccar bottone con le fanciulle sedute sul prato.

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M. Boiardo, Orlando innamorato, libro I, canto I, strofa 30


«Ahi paccio Orlando!» nel suo cor dicia

«Come te lasci a voglia trasportare! […]

Dove mi mena la fortuna mia?

Vedome preso e non mi posso aitare;

Io, che stimavo tutto il mondo nulla,

Senza arme vinto son da una fanciulla.»


Spostandoci da Firenze a Ferrara, ci imbattiamo in uno dei primi poemi cavallereschi italiani: l’Orlando innamorato, “prequel” del più celebre Orlando Furioso dell’Ariosto.

In questo strofa ci troviamo alla corte di Carlo Magno, dove ha appena fatto il suo ingresso una fanciulla, Angelica di nome e di fatto. Come Beatrice, infatti, Angelica ha tutta l’apparenza di un miracolo divino. La sua grazia è talmente folgorante che tutti i cavalieri si innamorano all’istante di lei; e da questo momento ogni loro sforzo è volto alla sua conquista e protezione.

Senonché lei non ha nessuna intenzione di essere protetta. In realtà Angelica stessa è una cacciatrice: il suo scopo è distogliere i cavalieri dalle crociate, sviandoli dal loro destino di grandezza.

Inoltre, a differenza delle tradizionali donne-angelo, è dotata di una fisicità spiccata. È infatti il desiderio di lei (la “voglia”) che intrappola il prode Orlando, rendendolo “pazzo” (paccio), prima metaforicamente e poi letteralmente.

Angelica stessa vive l’amore con intensità insolita e molto carnale. Ma naturalmente l’unico uomo che ama veramente è anche l’unico che la rifiuta; almeno finché – complici due fontane magiche – la situazione non si inverte. Il risultato comunque è lo stesso: l’amore, in Boiardo come in Ariosto, è un’illusione sempre insoddisfatta.

Angelica insomma è contemporaneamente un’amante appassionata e un cuore di ghiaccio, una femme fragile e una femme fatale. Peraltro questi modelli antitetici sono sopravvissuti fino a noi, benché raramente compresenti nello stesso autore: pensiamo alle donne angeliche di Montale, o alle donne mortali di D’Annunzio. Sono infatti il segno evidente dell’ambivalenza che spesso contraddistingue i rapporti con l’universo femminile: la donna suscita tenerezza e diffidenza, l’impulso di possedere l’altro e il timore di essere spossessati di sé.

È sempre attuale, quindi, lo sgomento di Orlando di fronte ad un essere così diverso da lui, e perciò difficile da interpretare. Un essere la cui unica possibile definizione è forse quella data da Gozzano: “donna: mistero senza fine bello.”

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 12 Marzo 2018

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