Isterologia

14 Luglio 2017

i-ste-ro-lo-gì-a

SignFigura retorica che consiste nell’enunciazione di avvenimenti in ordine cronologico inverso

dal greco hýsteros ‘successivo’ e lógos ‘proposizione’.

Quando si parla di isterologia la prima cosa da fare, a scanso di equivoci, è specificare a quale settore scientifico ci si riferisce. Si definisce così, infatti, anche quella branca della medicina che si occupa dello studio dell’utero, ma l’etimo è diverso: in quel caso la derivazione è dal termine greco hystéra, che appunto significa utero. Altre perplessità linguistiche possono sorgere in coloro che sono abituati ad associare la definizione di questa figura retorica ad altre nomenclature: certamente la più comunque è quella di hysteron proteron, composto dal medesimo aggettivo (hýsteros) e il suo contrario (próteros); meno conosciuta e usata, invece, prothysteron (dal greco prothýsteros).

Messi da parte i dubbi sulla branca di riferimento di questa rubrica, è il caso di lanciarsi direttamente nell’argomento: cominciamo subito e lasciamo stare la medicina. Certo, per parlare di retorica dobbiamo prima aver abbandonato i discorsi da ospedale, è logico. Tuttavia capita a volte che il bello dell’arte retorica stia proprio nel poter saltuariamente mettere da parte la logica e far cose apparentemente avverse al buonsenso. Proprio come raccontare avvenimenti successivi sul piano cronologico enunciando prima il posteriore di essi, poi l’anteriore.

Lo scopo di questo piccolo strappo alla regola è di porre in evidenza, punzecchiando l’attenzione del lettore, un elemento che altrimenti sarebbe sullo stesso piano dell’altro, se non inferiore. Tendenzialmente in quasi tutti i trattati antichi di retorica (così come nei manuali moderni) l’esempio tipico affiancato al termine isterologia è tratto dal secondo libro dell’Eneide di Virgilio, celebre poema incentrato sulla storia di Enea che, dopo esser fuggito dalla guerra di Troia, giunse nel Lazio. «Moriamur et in media arma ruamus», è detto in esortazione: ‘moriamo e gettiamoci in mezzo alle armi’. Che la seconda azione sia precedente alla prima è scontato, tanto che c’è stato chi, come Annibale Caro – drammaturgo e traduttore maceratese del XVI secolo – non considerando la potenza retorica della scelta sintattica di Virgilio ha deciso di ricostituire nella propria opera di traduzione l’ordine logico della frase: ‘in mezzo a l’armi / avventianci, e moriamo’.

anche Petrarca, certamente consapevole del fatto che la morte sia origine della quiete eterna (e quindi a essa precedente), usa l’isterologia nell’ultima terzina di Io son sí stanco sotto ‘l fascio antico, sonetto del suo Canzoniere: ‘Qual gratia, qual amore, o qual destino, / mi darà penne in guisa di colomba, / ch’i’ mi riposi, et levimi da terra?’. In questo caso la grande importanza dell’agognato riposo è esaltata dalla sua posizione nella frase, precedente addirittura rispetto alla propria causa, ovverosia il levarsi da terra, eufemismo per l’azione del morire.

I contesti della vita quotidiana in cui poter usare questa figura retorica senza provocare equivoci sono indubbiamente pochi, ma si tratta comunque di un gioiello prezioso, perla da incastonare nei propri scritti per infiorettarli e renderli più incisivi. In poche parole, con sintesi degna del più estremo bignamino: biblicamente parlando gli ultimi saranno i primi, retoricamente, isterologia.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

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