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Karate

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ka-rà-te

SignTipo di arte marziale giapponese

voce giapponese, composta da "kara" (空) che significa vuoto e "te" (手) che significa mano: lettralmente, significa "mano vuota". In kanji è scritto 空手.

Ufficialmente il nome formale è “空手道 karate-dō”. 道(dō) è strada. Quindi attraverso karate si cerca la strada della vita.

Come il nome rispecchia, in karate si combatte con le mani vuote, senza armi.

Karate è una delle arti marziali (in giapponese tradotto 武道 budō). Non è sport. Ma quale è la differenza tra arte marziale e sport?

Secondo me, una grande differenza è se viene data molta importanza a vittoria e sconfitta o no. In arte marziale ci si allena a uccidere o ferire un uomo. Quindi la sconfitta significa la morte. Direi che vincere e perdere in arte marziale hanno un senso più profondo di quelli in sport.

Adesso non si uccide altri veramente. Però è doloroso essere colpito o calciato. Si impara come è doloroso quando si viene colpiti. Quindi chi si allena in arte marziale impara a non colpire mai gli altri nella vita quotidiana, ma solo nel tempo di allenamento. Così, chi fa arte marziale di solito diventa più gentile.

Quanto a karate (forse anche nelle altre arti marziali) sono tenuti in conto tre elementi: 心 animo, 技 tecnica, e 体 corpo. Un tempo uomini hanno fortificato soprattutto corpo. Ora tanti esercitano specialmente tecnica. Ma questi sono sbagli. Si devono esercitare tutti questi elementi uniformemente. Allenare animo è particolarmente difficile. "Forte animo" non significa né coraggioso né deciso. Direi che forte animo sia l’animo morbido ma non mosso. Siccome è un concetto filosofico, capirlo facilmente è impossibile. Attraverso lunghissimo allenamento riusciremo a ritrovare questo orizzonte estremo.

Come ho detto sopra, in karate i vinti morivano. Tuttavia adesso non muoiono però si preparano alla morte, al tempo di partita. Per esempio, gli abiti di karate (in giapponese diciamo 道着 dōgi) sono bianchi. L’abito bianco lo indossano i morti, in Giappone, perché il colore è il simbolo di pulizia. Ma come mai chi fa karate si mette l’abito per i morti? È segno di forte preparazione a morire in qualunque momento. Chi si allena in karate sempre si impegna la vita.

La mia spiegazione nel quest’articolo è solo un frammento di Bushi-dō (La via di samurai). Il concetto nascosto dietro (dentro) karate è tanto più profondo. Io mi alleno in karate da circa 10 anni ma anche io lo capisco così poco come la punta dell’unghia di mignolo (secondo un modo di dire giapponese.)

Oso affermare che si trova un’essenza di Giappone, in karate.

In Occidente, in poco più di mezzo secolo di storia, il karate è diventato l'arte marziale per eccellenza - e se da un lato questo conferisce abbrivo alla sua diffusione, dall'altro lo rende parafulmine per un'eccezionale mole di stereotipi, in cui la lingua si crogiola. Ciò che è da rilevare sopra ogni altra cosa - e che in qualche maniera si lega alla differenza fra arte marziale e sport - è che il karate, così come altre discipline simili, in Occidente è stato una proposta fertile e assolutamente nuova: la nostra figura dell'atleta, che ha come prototipo l'atleta olimpionico, è aliena a quella dell'artista marziale. Certamente l'atleta è l'estremo esponente di qualità positive tenute in altissimo conto, nella nostra cultura (pensiamo ai concetti di "sportività" o di "fair play"), ma in Occidente non esiste una "via dell'atleta" spiritualmente intesa. Lo sport può essere un divertimento, un esercizio, una competizione e anche un metodo formativo, ma l'arte marziale riesce, a miglior mercato, a rendersi veicolo per valori espliciti e variegati, ad approfondire i concetti di confronto e allenamento attraverso filosofie pratiche, chiare e strutturate. La differenza fondamentale fra arte marziale e sport, che sta così tanto a cuore a chi pratichi una disciplina marziale, si riduce all'inquadramento di questa in una complessa dimensione spirituale. L'arte marziale è esoterica, lo sport, anche a livelli olimpionici, no. Con tutti i pro e i contro.

Insieme ad Haruki Ishida, giovane dottore in Lingua e Letteratura italiana dell'Università di Kyoto, un giovedì ogni due vi proponiamo una parola giapponese diventata consueta anche agli Italiani, cercando di tracciarne l'origine e il modo in cui vive nelle nostre culture. Il testo in corsivo è opera sua.

Parola pubblicata il 06 Marzo 2014

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