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Meriggiare

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me-rig-già-re (io me-rìg-gio)

SignRiposare all'ombra nelle ore del mezzogiorno

dal latino meridiare, dal latino meridies 'meriggio', composto di medius 'mezzo' e dies 'giorno'.

Questo verbo è sorprendentemente importante: l'azione che descrive ci si presenta come una cifra della cultura, se non italiana, mediterranea, inquadrata nel nostro clima e nella nostra natura; e a ben vedere, col latino meridiare, è vecchia di migliaia di anni.

Descrive il riposare all'ombra, specie all'aperto, in cerca di frescura, nelle ore più calde della giornata - cioè nel meriggio. Un momento di calma abbacinante. Curiosamente, il fatto che questo sia il momento in cui l'ombra è più netta e ricercata, ha generato una sorta di enantiosemia, per cui fra i significati di 'meriggio', accanto a quello di momento di mezzo del giorno con la suprema luminosità e il massimo calore, è emerso anche proprio quello di 'ombra'.

Così dopo il pranzo leggero si meriggia volentieri sull'amaca, il libro sulla pancia; dal telefono che squilla a vuoto inferiamo che l'amico stia meriggiando, e be', ci richiamerà; e durante il cammino ci si ferma una volta trovato l'albero sotto cui meriggiare.

È una parola ricercata, ma specie di questi tempi può essere uno strumento di piccola poesia quotidiana.

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(Meriggiare pallido e assorto, Eugenio Montale)


Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi. […]

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.


In questa famosissima poesia Montale ci descrive la campagna ligure, pietrificata dalla calura estiva. E indirettamente raffigura una condizione esistenziale: il “male di vivere”, ossia l’aridità, la solitudine, la mancanza di senso.

In particolare i verbi all’infinito comunicano un senso di staticità, come se il tempo si fosse annullato. anche foneticamente il primo verso rallenta il ritmo, indugiando sulle vocali doppie delle parole. E l’imponente “meriggiare” di apertura proietta su tutta la poesia una cappa di calore, soffocando l’azione e il pensiero.

I versi successivi, invece, scoppiettano di suoni aspri e secchi: è come se la campagna crepitasse, sotto il calore micidiale del sole. Ma il motivo non è puramente onomatopeico. Le dissonanze enfatizzano la disperante condizione umana; non a caso il lessico richiama la dantesca selva dei suicidi.

Unica nota positiva è il mare, appena visibile all’orizzonte. È quasi il presentimento di un ideale, di una meta; come il «tremolare della marina» che accoglie Dante all’ingresso del Purgatorio. Adesso, però, la strada è sbarrata: davanti al mare si para un muro «rovente» e invalicabile.

In effetti, tutta la nostra vita è piena di muri. Ad ogni istante sperimentiamo un limite: nel tempo, nello spazio, nell’efficacia delle nostre azioni, nella purezza dei nostri pensieri. Tutto in noi è spaventosamente limitato, tranne il nostro desiderio di non esserlo.

E proprio questa è, in fondo, l’eroicità del poeta. Il suo sguardo non si inaridisce come il paesaggio che lo circonda: sempre inquieto, si fa strada dolorosamente nella luce del mezzogiorno, verso quelle «scaglie di mare» che scintillano in lontananza.

Egli sa bene che, probabilmente, non potrà mai raggiungerle; eppure ne cattura l’immagine, conservandola nel cuore con tutto lo struggimento della nostalgia.

E, forse, accogliere il mare nel proprio cuore è quasi come averlo raggiunto.

Con Lucia Masetti, giovanissima dottoressa in filologia moderna, ogni lunedì abbiamo aperto uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 26 Giugno 2017

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