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Rimbombare

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rim-bom-bà-re

SignRisuonare, echeggiare in modo cupo

derivato di bomba, voce onomatopeica fin dal latino bombus 'rimbombo, rumore sordo, mormorio'.

Una risorsa notevole, su cui soffermarsi.

La natura onomatopeica di questa parola è particolarmente accentuata, ed evoca un riecheggiare forte, cupo e prolungato con il ripetersi del profondo suono 'mb' - ribadito da un 'ri-' iterativo. Oltretutto si tratta di una suggestione onomatopeica antichissima, la cui radice si trova pari pari in latino.

Rimbomba sia ciò che sparge il suono (la fonte), sia il luogo in cui si diffonde; questi due aspetti non sempre possono essere separati, specie perché il rimbombare descrive una propagazione del suono tutt'altro che chiara. Il fuoco d'artificio rimbomba in tutta la valle, e la valle rimbomba della sua esplosione. Va notato che il rimbombare è provocato e dalla forza del suono e dalla conformazione del luogo in cui si diffonde: una voce stentorea può rimbombare in un salone, ma non in un campo aperto.

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(Giovanni Pascoli, Il tuono)

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d'arduo dirupo

che frana, il tuono rimbombò di schianto:

rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,

e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,

e poi vanì. Soave allora un canto

s'udì di madre, e il moto di una culla.


In questa breve poesia Pascoli non sta semplicemente descrivendo il tuono: vuole farcelo sentire. Nell’oscurità assoluta della notte tutta l’attenzione si concentra sull’udito, tanto che le parole stesse diventano quasi un puro suono.

Il termine chiave, “rimbombare”, è di per sé onomatopeico; ma qui trova eco in due verbi foneticamente simili (l’accostamento è detta paronomasia o bisticcio). Non solo: tutte le parole formano, nel loro insieme, una “rete” fonica. Notiamo, ad esempio, la forte presenza di vocali cupe (O e U) e della consonante R, la cui vibrazione si diffonde su tutta la poesia (mentre l’allitterazione di N e M crea quasi una “cassa di risonanza”).

Il virtuosismo di Pascoli, però, non è fine a se stesso: i suoni della natura veicolano temi di portata universale (da qui il termine “fonosimbolismo”). Così il tuono rappresenta il mondo esterno, minaccioso e incontrollabile (è paragonato infatti alla frana e alla marea).

Vi si contrappone il canto di una madre, che rassicura il proprio bambino svegliato dal temporale (una contrapposizione marcata anche dalla rima circolare nulla-culla). Il “nido” è quindi l’unica oasi di sicurezza e d’amore, ma la stessa sproporzione tra tuono e canto ne sottolinea la fragilità.

È evidente qui una visione tendenzialmente pessimista della vita, in parte derivata dal fatto che Pascoli perse il padre quand’era ancora bambino. (Proviamo un attimo ad attualizzare la vicenda. Comincia con una scena che abbiamo vissuto tutti, tante volte: la tavola è apparecchiata, la mamma ha già buttato la pasta; manca solo il papà, che sta tornando dal lavoro. Ma il tempo passa, e il papà non arriva… forse ha trovato traffico. E poi la telefonata dei carabinieri: “Signora, siamo spiacenti, ma suo marito… Un incidente lungo la strada…” Questo fu il tuono che rimbombò sopra la casa di Pascoli, in una lontana notte d’agosto.)

Fatalità che d'altro canto possono e forse devono farci sentire con maggior vigore la pace del bene scontato che viviamo.

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 03 Ottobre 2016

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