Trionfo

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tri-ón-fo

SignNell'antica Roma, massimo onore militare; affermazione vittoriosa, anche morale; pubblica manifestazione di consenso e ammirazione

dal latino triumphus, giunto dal greco trìambos inno in onore di Dioniso, probabilmente attraverso l'etrusco.

Questa è una parola davvero importante.

Nella Roma antica, il trionfo era la celebrazione, disposta dal senato, con cui venivano tributati i massimi onori militari al generale o all'imperatore vittorioso. Ma questa è una descrizione astratta, e forse a qualcuno sfugge quale fosse davvero l'opulenta magnificenza di un trionfo - che merita un'esemplificazione. Il più celebre, probabilmente, fu quello di Pompeo, nel 61 a.C., alla fine delle guerre che condusse contro Mitridate VI - guerre che strutturarono saldamente il dominio romano in Oriente, fino alla Mesopotamia. Basti dire che la sola parata trionfale durò due interi giorni, e che furono portati in processione carri carichi di tonnellate d'oro e d'argento e di un'infinità davvero innumerevole di armi dei nemici, migliaia e migliaia di prigionieri (che furono rimandati a casa sani e salvi a spese dello Stato), fra cui diverse centinaia di satrapi e principi delle città conquistate (anche queste, migliaia). Lo stesso Pompeo giunse su una biga tempestata di gemme e trainata da due cavalli bianchi, vestito con la toga picta, interamente di porpora e ornata d'oro, col capo cinto d'alloro, e con sulle spalle il mantello (così si diceva) di Alessandro Magno, che faceva parte del tesoro di Mitridate. Decine di ricchi dipinti e vessilli sparsi lungo il percorso della processione descrivevano le gesta del generale - il quale portò a Roma, in denaro, quasi il doppio di quanto l'erario avesse riscosso quell'anno, e fece elargizioni larghissime ai suoi soldati e alla cittadinanza romana, coronando il tutto con un banchetto epocale. Grossomodo, questo era un trionfo.

Oggi, il senso più forte con cui vive questo nome, è quello di affermazione suprema, di vittoria clamorosa e assoluta - anche in senso morale: pensiamo alla giustizia o all'amore che trionfa alla fine di una storia emozionante, al trionfo della stupidità celebrato in certi programmi, alla squadra che vince i mondiali e che una volta in patria viene portata in trionfo. Il trionfo, come l'ovazione, vive in un rapporto fra vincitore e pubblico acclamante; ma la differenza principale con l'ovazione - oltre alla diversa intensità dell'acclamazione - è che l'ovazione è del pubblico, il trionfo è del vincitore.

È il massimo riconoscimento sociale che ancora oggi siamo in grado non solo di tributare, ma anche di esprimere, di significare - forse secondo all'apoteosi, che però, a differenza del trionfo, vive quasi solo nell'ironia, essendo andata perduta insieme all'idea che un umano possa trascendere in divinità.

Parola pubblicata il 30 Agosto 2015

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