Webete

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wè-be-te

SignPersona che scrive online cose stupide, povere e aggressive; persona ignara delle potenzialità di internet

parola macedonia composta da web ed ebete.

'Webete' è una 'parola macedonia' (o 'portmanteau') composta fondendo i termini 'web', che oggi profanamente descrive la rete internet, ed 'ebete'. Quello delle parole macedonia è un fenomeno che da decenni fa sentire il suo peso sulla lingua (dallo smog al cantautore), ed è un notevole canale di innovazione lessicale. Da notare che, a dispetto di quanto spesso affermato, non si tratta di un fenomeno di crasi: questo consiste solo nella fusione fra vocale finale e iniziale di due parole - come accade ad esempio con 'ambaradan', che otteniamo dal nome del monte etiope Amba Aradam.

Il significato di questo termine, a dispetto della sua immediatezza, ha una certa complessità, che emerge bene quando se ne osserva la storia.

Tale termine è attestato fra la fine degli anni '90 e i primi del nuovo millennio col significato di persona che fruisce di internet in maniera superficiale, esaurendo le sue interazioni online nel servizio di World Wide Web. Ai più pare strano (anche a me), ma il WWW è un servizio che non esaurisce la rete internet. Potremmo dire che è la specie dominante - ma nell'eterna contrapposizione fra smanettoni esperti e incapaci niubbi, l'ignoranza di servizi alternativi è molto sentita.

Questo specifico difetto è stato poi esteso: il webete diventa colui che è in generale ignaro delle potenzialità ideali della rete, e passa il suo tempo online in maniera tanto superficiale quanto poco edificante. Insomma, se qualcuno avesse detto ad Asimov che nel primo decennio del ventunesimo secolo si sarebbe diffuso un mezzo capace di collegare le persone di tutto il mondo e di far accedere chiunque alla quasi totalità della conoscenza umana, quel genio non avrebbe mai immaginato gli usi miserabili che ne facciamo.

Ma come spesso accade, è l'esempio eccellente a iniziare a scolpire quel buon significato che va ancora digrossato. Enrico Mentana, nel suo ormai celebre commento, usa il termine 'webete' per descrivere l'ebete sferrato sul web, in particolare sui social network: la sua azione non resta solo superficiale o poco edificante, è deleteria. Il suo essere ebete si può manifestare in modi diversi, ma l'aggressiva povertà dei suoi argomenti è il sintomo più evidente.

Ora, se il webete fosse semplicemente l'ebete che scrive online, questa parola sarebbe inutile: costui resterebbe un semplice ebete, e l'accesso a un computer e a un collegamento internet non basterebbe a caratterizzarlo.

C'è un nesso di causalità fra il mezzo di comunicazione e l'idiozia che vi viene espressa: l'assenza di filtri come redazioni o editori, la percepita assenza di regole, la percepita prossimità con l'interlocutore e l'interposizione di uno schermo-maschera che esclude sguardo corpo e voce permette di sfogarsi e di adottare modalità comunicative che altrimenti non si adotterebbero. Permette di comportarsi da ebeti senza conseguenze. In altri termini, chi alla tastiera si rivela un webete, lontano dalla tastiera può non esserlo (così come il composto collega d'ufficio magari a Santorini si scatena). Il peggiore dei commenti sotto un post di FaceBook vis-à-vis non sarebbe stato pronunciato allo stesso modo, come lettera a un giornale non sarebbe stato scritto così. Ma perfino berciato al pub avrebbe avuto forma e sostanza migliori.

Quella del webete è una figura molto importante, da riconoscere, in quanto sintomo di un male molto diffuso: la credenza che l'esperienza su internet sia un'esperienza di Far West con le tastiere al posto delle pistole. Ed è giusto ricordare, come fa lo sceriffo Mentana, che online ci si deve comportare come si farebbe offline.

Parola pubblicata il 01 Settembre 2016

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