Ebete

è-be-te

Ottuso; persona ottusa

dal latino hebes, propriamente 'spuntato, smussato', da hebère 'essere smussato'.

Questa parola, non proprio lusinghiera, ci ripropone l'archetipica contrapposizione fra acuto e ottuso - qualità che sono filtrate profondamente nel nostro immaginario descrivendo figuratamente l'intelligente e lo stupido. Così come la mente dell'acuto è tagliente, sottile e penetrante, quella dell'ottuso è spuntata, fiacca e grossolana.

Ebete è un sinonimo piuttosto preciso di ottuso, e al nostro arco si rivela una freccia interessante: è ricercata senza essere affettata, e descrive dall'alto una qualità - o meglio, un difetto - che di alto ha ben poco, e ha una ricca apertura di vocali che forse solo 'beota' riesce a uguagliare. Richiede naturalmente l'accortezza che richiedono tutti i termini dispregiativi, perché non si traducano in giudizi ingiustificatamente sprezzanti e magari essi stessi ebeti.

Da notare il versatile verbo denominale 'inebetire' (propriamente 'rendere ebete'), che può essere usato in maniera più smaliziata, poiché più iperbolico, ironico, e meno atto a offendere: tornato a casa mi inebetisco davanti alla televisione e guai a chi mi disturba, al museo il quadro meraviglioso mi inebetisce (e a poco valgono gli strattoni degli amici), gli innamorati se ne stanno inebetiti sulla panchina mentre si guardano negli occhi.

Parola pubblicata il 22 Aprile 2016

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