Diglossia

di-glos-sì-a

Significato Situazione sociolinguistica nella quale, all’interno della stessa comunità, coesistono due varietà linguistiche dotate di funzioni e prestigio differenti. In medicina, rara malformazione della lingua caratterizzata da una profonda fissurazione longitudinale

Etimologia voce dotta formata sul greco díglōssos ‘che parla due lingue, bilingue’, composto di di- ‘due’ e glôssa ‘lingua’.

  • «La rigida diglossia della comunità riservava la lingua ufficiale alla scuola e il dialetto alla vita familiare.»

Due lingue, verrebbe da pensare, fanno un bilingue. E due lingue fanno anche, almeno etimologicamente, una diglossia: il greco glôssa è la lingua, di- vale «due», e díglōssos indicava precisamente chi di lingue ne parlava due. Eppure bilinguismo e diglossia, che a guardarne l'etimologia sembrerebbero quasi la stessa parola fabbricata una volta in latino e una in greco, hanno finito per designare due cose leggermente diverse. Per comprendere la seconda, infatti, non basta contare i codici sul pallottoliere della linguistica, ma occorre osservare chi li pronuncia, verso chi si indirizza, in quali spazi si muove e, soprattutto, quale funzione sociale siano chiamati ad assolvere.

È questa l'intuizione resa celebre nel 1959 dal sociolinguista americano Charles A. Ferguson. Nelle comunità che definì diglottiche convivono una varietà «alta» e una «bassa», distribuite secondo una divisione del lavoro linguistico tanto rigorosa da apparire quasi naturale a chi vi è cresciuto. La prima è prestigiosa, fortemente codificata, si apprende soprattutto attraverso l'istruzione formale, entra nell'amministrazione, nella letteratura, nella religione e nelle occasioni ufficiali; la seconda è vernacolare, si apprende in famiglia e serve per conversare, scherzare, litigare, raccontare la giornata. La separazione può essere così interiorizzata che, nota Ferguson, si legge un giornale ad alta voce nella varietà alta e, appena terminata la lettura, se ne discute nella varietà bassa. Per costruire il modello, l'autore scelse quattro casi che considerava paradigmatici: l'arabo, con l'arabo classico come varietà alta e le varietà colloquiali come basse; il greco moderno, diviso allora fra katharévusa e dhimotikí; la Svizzera tedesca, con il tedesco standard e i dialetti svizzero-tedeschi; Haiti, infine, con il francese e il creolo haitiano. Quattro storie linguistiche diversissime, accomunate dal fatto che le due varietà non si limitavano a convivere: ciascuna sapeva, per così dire, quale posto le spettasse.

Gli aggettivi alto e basso, naturalmente, non descrivono alcuna altezza intrinseca delle lingue. Una varietà non possiede una grammatica più sofisticata, un lessico più degno o una capacità maggiore di esprimere pensieri complessi soltanto perché viene adoperata in Parlamento. Oggi questa precisazione appare quasi ovvia, ma non lo è sempre stata: la storia della linguistica ha conosciuto classificazioni che disponevano lingue e strutture linguistiche lungo scale di maggiore o minore perfezione, complessità o sviluppo, spesso intrecciandole a gerarchie fra i popoli che le parlavano. La linguistica contemporanea non riconosce alcun fondamento scientifico a una simile graduatoria. L'altezza di Ferguson è sociale: nasce dal prestigio attribuito a una varietà e dai luoghi ai quali le viene consentito l'accesso.

L'Italia ne offre un caso particolarmente istruttivo. Per secoli l'italiano fu lingua della scrittura, della cultura e degli usi formali per una parte relativamente ristretta della popolazione, mentre nella comunicazione quotidiana dominavano i dialetti e le lingue locali. Era possibile, dunque, vivere un'intera esistenza parlando abitualmente il proprio dialetto e incontrare l'italiano soprattutto nella scuola, nei libri, nell'amministrazione. Con l'alfabetizzazione, la mobilità sociale, i mezzi di comunicazione e la diffusione dell'italiano parlato, però, quella divisione ha progressivamente cambiato volto.

Ed è qui che compare una sorella meno celebre ma utilissima di diglossia: la dilalia, termine proposto da Gaetano Berruto per descrivere meglio la situazione italiana contemporanea. Anche nella dilalia esistono due varietà, ma la separazione non è più impermeabile: l'italiano è sceso nei territori della conversazione quotidiana e della famiglia, sovrapponendosi al dialetto, mentre quest'ultimo continua generalmente a restare escluso da molti domini formali. La differenza si potrebbe quasi visualizzare: nella diglossia le due varietà abitano piani distinti, nella dilalia quella alta ha cominciato a scendere le scale.

Apro e chiudo velocemente una parentesi: curiosamente, diglossia possiede anche un significato che prende l'etimologia con assoluta concretezza. Nel lessico medico indica una rara malformazione nella quale la lingua presenta una profonda fissurazione longitudinale. È uno di quei casi in cui una medesima composizione greca imbocca due strade diversissime, l'una sociale e astratta, l'altra brutalmente anatomica.

Oggi diglossia resta un tecnicismo, ma non è una parola che interessi soltanto i sociolinguisti. Ogni volta che qualcuno cambia lingua entrando in un ufficio, o evita il dialetto perché teme di sembrare poco istruito, ecco, dietro quella scelta individuale può nascondersi una gerarchia collettiva. Perché possedere due lingue è una cosa; poter scegliere liberamente dove, quando e con chi usarle è tutt'altra.

Parola pubblicata il 10 Settembre 2026 • di Greta Mazzaggio