Imperituro

im-pe-ri-tù-ro

Che non cessa, che non si estingue, che non muore

derivato di perituro, voce dotta presa in prestito dal latino periturus, participio futuro di perire, col prefisso negativo in-.

A imperitura memoria, la fama imperitura, l'imperitura fiamma d'amore. Se qualche testa maliziosa ci sente dentro una buona dose di sussiego retorico e anche un vago infuso di compunzione, sente bene senz'altro. Si tratta di un verbo per epitaffi, lapidi, buono per statuizioni altissime che di solito hanno l'amaro di sacrifici recenti e di perdite, buono per i toni dell'epica.

A sostenere questa impressione sono certo in parte gli usi abituali di questo aggettivo da quando entrò in voga in epoca unitaria, ma diciamo che quando si parla di qualcosa che non cessa, che non si estingue mai, che non muore, necessariamente o si cerca una solennità sovrumana o non si sta coi piedi per terra.

A questo si aggiunge il forte profilo latino — ma attenzione: proprio capendo meglio questo profilo si può ottenere il risultato di dare un po' di mobilità in più a questo aggettivo marmoreo. Fa parte della famiglia circoscritta del nascituro, del duraturo, del venturo, del morituro, del futuro, insomma di quelle parole che nel latino da cui sono state prese in prestito erano participi futuri. In italiano il participio futuro è un modo verbale che non c'è; c'è quello passato (cantato, passato), c'è quello presente (cantante, passante), e bastano a farci capire perché si chiamano 'participi': sono modi verbali, ma partecipano della natura di aggettivi e sostantivi.

Per trasferire nella nostra lingua il senso di quel participio futuro ci serve una perifrasi: il nascituro è chi o ciò che nascerà, il duraturo che durerà, il venturo che verrà, il morituro che morirà, il futuro che sarà. Il perituro (termine piuttosto desueto) è volto a cessare, ad estinguersi, a morire — e così l'imperituro si solleva contro questo destino futuro opponendogli un 'in-' negativo che lo esclude, sembrerebbe in assoluto e per sempre. Un meccanismo semplice, ma forte.

Posto che tutto cambia ed è transeunte, e posto che c'è una cerchia eletta di altezze ideali per cui è corretto richiamare questa altrimenti insensata qualità, si può pensare di usarla anche in maniera più fresca, con la flessibilità di una previsione di un destino in cui col raggio dell'occhio non si legge morte — così come a vista vediamo la nascita del nascituro, la durata del duraturo, la venuta del venturo e via dicendo.

Se parliamo di una complicità imperitura, ritroviamo quella che brada, non coltivata, resiste selvaggiamente fra amici che vediamo una volta ogni dieci anni; se parliamo del successo imperituro di un prodotto o di un'opera, questo ha ormai una certa storia ed è sempre rampante, ancora e ancora, e il giorno in cui fletterà e svanirà è tanto di là dall'orizzonte; e se parliamo della tradizione imperitura per il pranzo in famiglia del primo dell'anno, parliamo di un uso che oggi, oggi ci dà il senso di sedere come su un nodo stabile del mondo.

Parola pubblicata il 31 Dicembre 2019

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