Liuto

Parole semitiche

liù – to

Significato Strumento musicale a corde e in legno, usato principalmente nella musica rinascimentale o barocca ed eponimo della famiglia degli strumenti musicali dei liuti

Etimologia dall’arabo al-‘oud, che significa ‘bastone, pezzo di legno’.

Oggi scopriremo che cosa hanno in comune la figura professionale del naso, maestro profumiere ideatore e creatore di fragranze, e Antonio Stradivari, liutaio cremonese di fama universale vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento.

Il liuto è uno strumento che ha la forma di una mandorla spaccata in due nel senso longitudinale: un rosone arabescato apre la cassarmonica per la risonanza delle corde che sono tese su tutta la lunghezza dello strumento, dal ponticello, fissato sulla tavola armonica, fino al manico, la cui parte finale (cavigliere a spatola) è piegata all’indietro, come una mano che compia il gesto che dice ‘ecco qua!’.

Esso fu introdotto in Europa dagli arabi durante l’epoca medievale col nome di al-‘oud che significa ‘pezzo di legno, bastone’, ed è una parola che appartiene alla famiglia del verbo āda (ritornare, ripetere). Gli arabi chiamavano così lo strumento perché pare che lo costruissero a partire da un blocco di legno unico invece che con le doghe piegate e incollate come si fece successivamente in Europa.

La parola al-‘oud fu ovviamente trasformata e adattata nei diversi paesi in cui si diffuse, riscuotendo un gran successo. In italiano il termine ‘liuto’ è attestato sin dal 1292. L’apprezzamento che trovò in Europa fu tale da renderlo eponimo di una classe intera di strumenti, a cui appartengono il violino, la viola, il violoncello, il contrabbasso, la chitarra e molti altri meno famosi. E in Italia l’arte della liuteria, ovvero della costruzione di strumenti a corde, raggiunse vette di raffinatezza e precisione tecnica mai eguagliate altrove: un nome su tutti brilla nel firmamento, ed è quello di Antonio Stradivari, liutaio artefice di capolavori tutt’ora utilizzati da maestri in tutto il mondo.

Ma la parola ‘oud la si legge spesso anche su boccette di profumi di tutte le fogge, specie nella profumeria di nicchia, quella che non si trova nelle grandi catene di franchising ed è riservata ai grandi appassionati del genere. Quella di ‘oud è una nota profumata, resinosa, che i nasi mettono spesso come fondo di una fragranza a cui desiderano dare intensi, ammalianti accenti orientali: la si percepisce dopo che le prime note di testa si sono liberate e quelle di cuore si sono schiuse. È il sentore che lascia la scia dietro di sé, un’aura odorosa discreta ma decisa di cuoio ed incenso.

Questa sostanza capace di librare siffatte note profumate è comunemente chiamata ‘oud ed è tra le più preziose in assoluto nell’ambito della profumeria: la si ricava dalla resina prodotta dall’albero Aquilaria malaccensis quando esso è attaccato da parassiti. La sua rarità fa schizzare i prezzi alle stelle, rendendo l’accordo di ‘oud tra i più ricercati e pregiati al mondo.

Curioso e meraviglioso che alla stessa parola araba siano state associate due cose estremamente diverse: da una parte lo strumento musicale capostipite dell’ampia e variegata famiglia dei liuti e dall’altra una preziosissima fragranza orientale. Entrambi sono accomunati da ben più di un nome, da qualcosa di ineffabile, sottile, poetico ma sensuale al tempo stesso: il concetto di note e di accordi.

Parola pubblicata il 13 Agosto 2021

Parole semitiche - con Maria Costanza Boldrini

Parole arabe, parole ebraiche, giunte in italiano dalle vie del commercio, della convivenza e delle tradizioni religiose. Con Maria Costanza Boldrini, dottoressa in lingue, un venerdì su due esploreremo termini di ascendenza mediorientale, originari del ceppo semitico.