Nomea

no-mè-a

Fama, rinomanza

derivato di nome, dal latino nomen.

Basta una lettera in coda, e un termine come 'nome', tanto umile quanto fondamentale, si trasfigura.

L'idea che sta alla base della nomea la conosciamo benissimo: il farsi un nome. In particolare quel suffisso -ea (-eo al maschile) è proprio di sostantivi e aggettivi denominali (nomi e aggettivi che derivano da nomi), e descrive un'appartenenza, una relazione - pensiamo al caldeo, all'euclideo, all'europeo. Il nome, nella nomea, non è un centro fermo, ma è catturato nel suo grande girare, nel suo essere fama, o per simile verso nell'echeggiare di una rinomanza.

Ora, la cifra peculiare della nomea non è nel suo essere positiva o negativa (anche se di solito non è una reputazione positiva): sappiamo tutti che la fama è ambivalente. Piuttosto sta nella larghezza del suo suono, tenuto aperto e prolungato da quello iato finale, che le conferisce una solennità corposa e facile da volgere in ironia. Ci rivolgiamo al falegname che si è fatto la nomea di vero artista del legno; ci facciamo dare qualche dritta dall'amico che ha la nomea d'essere un gran casanova; e il ladro inveterato ha una nomea così meritata da essere perfino consultato per la risoluzione di qualche caso.

Una risorsa pronta, essenziale, facilmente spendibile, e insieme davvero brillante.

Parola pubblicata il 26 Ottobre 2017

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