Pontefice

Radici indoeuropee

pon-té-fi-ce

Significato Titolo sacerdotale nella Roma antica, poi assunto dal Vescovo di Roma

Etimologia dal latino pontifex, genitivo pontificis.

  • «Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem?» («Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?», domanda di rito pòrta in conclave al cardinale appena eletto papa)

In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.

Col termine pontefice, nell’antica Roma, venivano designati sin dall’Età regia (VIII-VI secolo a.C.) i membri del collegio di sacerdoti incaricati di dirigere e sorvegliare l’esecuzione del culto ufficiale romano. Colui che presiedeva questo collegio portava il titolo di pontifex maximuspontefice massimo’. Col loro notorio understatement, prima Cesare e poi Augusto (I secolo a.C.) si attribuirono il titolo, che fu così conferito a tutti i successivi imperatori fino a quando il cristianissimo Graziano (IV secolo d.C.), cui Sant’Ambrogio sussurrava nell’orecchio, lo rifiutò. Nel frattempo, il titolo di pontifex (senza maximus) si era diffuso tra i Cristiani per indicare i vescovi, e poiché il primo tra i vescovi è il vescovo di Roma, a lui, allora come oggi, si dà il titolo di summus pontifex ‘sommo pontefice’.
Ma cosa vuol dire pontefice?

Dal punto di vista della morfologia (la formazione della parola), si tratta di una parola composta: il suo primo membro, ponti-, non è altro che il latino pōns (genitivo pontis) ‘ponte’, mentre il secondo membro -fex / -fic- è un nome radicale (come ‘piede’) corrispondente al verbo faciō ‘fare, fabbricare’: entrambi contengono la radice protoindoeuropea *dheh1- ‘porre’, che è diventata ‘fare’ anche in germanico (tedesco tun, inglese do). La morfologia ci dice dunque che pontifex vuol dire ‘facitore di ponti’. Ma quali ponti?

Gli stessi Romani se lo chiedevano, e si rispondevano (ne parla per esempio Varrone, un noto grammatico del I sec. a.C.) che il pontefice era originariamente incaricato della costruzione dei ponti sul Tevere. Niente di comprovato: tipico caso di autoschediasma — spiego la parola con la parola stessa.

Siamo dunque di fronte a un caso curioso: il significato del composto sembra trasparente (‘facitore di ponti’), ma non quadra col suo effettivo uso (nessun facitore di ponti in vista).

In questi casi, a chi studia linguistica storica si rizzano sùbito le antenne, perché vuol dire che il composto è più antico della lingua che lo attesta: si è formato prima che i suoi membri assumessero il loro significato attuale. E allora si chiama in causa la comparazione con le altre lingue indoeuropee. Chi conosce il greco antico noterà che il latino pōns, pontis è molto simile al πόντος (póntos) ‘mare’, e infatti procedono entrambi dallo stesso tema protoindoeuropeo: *pónt- (vedi la sezione ‘Trattino finale’ nell’articolo di riferimento). Ma cosa hanno in comune un ‘ponte’ e il ‘mare’?

Allarghiamo lo sguardo ad altre lingue indoeuropee. A latino pōns e greco πόντος corrispondono pánthā- in sanscrito e paṇtā̊- in avestico (la cugina iranica del sanscrito vedico), entrambi ‘via, cammino’, e lo stesso significato si trova nei corrispondenti antico slavo ecclesiastico pǫtь e antico prussiano pintis; in armeno abbiamo poi hown ‘guado’ e, nello stesso greco, πάτος (pátos) ‘cammino battuto’. In uno parola, ‘passaggio’: lo stesso greco πόντος è il mare navigabile, attraversato dalle navi, la ‘strada del mare’ (l’Elles-ponto, altro composto, è l’antico nome dello stretto dei Dardanelli, il braccio di mare che, più che dividere, collega l’Anatolia con la Grecia, Hellás).

Alla luce della comparazione indoeuropea, dunque, al pontifex possiamo dare il significato di ‘facitore di cammini’, ‘costruttore di passaggi’ — ma in che senso?

Qui quadriamo il cerchio, restituendo al nostro pontifex il significato pregnante dell’antico sommo sacerdozio. Negli inni del gveda e dell’Atharvaveda, il repertorio religioso dell’India vedica (II millennio a.C.), ci imbattiamo continuamente in cammini (pánthā- o ádhvan-) detti ‘divini’ o ‘percorsi dagli dèi’, attraverso i quali essi giungono ad assistere al rito che compiamo in loro onore, e vice versa le nostre offerte giungono a loro. Tanto che, in vedico, dèi, offerta, e poeti-sacerdoti ricevono un epiteto che vi suonerà familiare: pathi-kŕ̥t- ‘facitore di cammini’. Dall’India vedica alla Roma regia: il latino pontifex è una memoria lessicale di questa concezione protoindoeuropea del sacerdote (e del poeta): costruttore, con la formula poetica, del cammino che congiunge terra e cielo, mondo umano e mondo divino.

Parola pubblicata il 07 Marzo 2026 • di Erica Fratellini e Matteo Macciò

Radici indoeuropee - con Erica Fratellini e Matteo Macciò

Con Erica Fratellini e Matteo Macciò, glottologi e indoeuropeisti, un sabato su due andremo alla scoperta delle radici indoeuropee delle nostre parole — là dove sono nati i miti, le prime tecnologie, i nomi degli animali e delle parti del nostro corpo. Un 'là' che è 'qua', così come la chioma e il ceppo sono nello stesso posto.