Reame

re-à-me

Regno

dal francese antico roiame, che è dal latino regimen 'regime', accostato a reial 'reale'.

Le parole possono appartenere a gerghi, a lessici specifici dei più diversi. Ebbene, oggi vediamo un termine proprio del gergo delle favole in maniera stranamente esclusiva.

Incantesimi, orchi, fate e via dicendo sono elementi tipici dei racconti fantastici, ma sappiamo usare bene i loro nomi anche nella parte meno immaginaria della nostra vita: gli orchi si trovano sul giornale (un uso plastificato, ma frequente), le mani di fata le ha anche il massaggiatore Viktor, gli incantesimi sono parametro normale di plagi e lusinghe. Questi usi attraggono il fantastico nel mondo reale. Ma il reame no. Il reame, oggi, implica il favoleggiare — attrae il reale nel fantastico. Se diciamo che la cucina è il reame della nonna, se ti porto a cercare funghi facendoti conoscere il mio reame di castagneti, se l'amica parla poco e il suo reame è la musica, io sto prendendo elementi veri e li sto calando dell'immaginario variegato ma netto che accomuna storie romantiche su indefiniti regni europei, storie esotiche sui potenti agli strani confini del mondo, storie epiche con elfi sovrani in antiche foreste.

E c'è un altro carattere molto netto che diparte il reame dal regno: se parlo del regno di Elisabetta II, è facile che io intenda parlare dei decenni del suo regno, più che dei suoi territori o dei suoi sudditi. Invece il reame ha una fortissima selezione territoriale e popolare. L'arciere più forte del reame (oltre ad appartenere a una storia di fantasia) è immediatamente determinato entro un confine geografico o comunitario. Il reame è meno istituzionale del regno, è più collettività — e forse ci pesa quel finale -ame, che di solito usiamo come suffisso per nomi collettivi, anche se in questo caso è puramente casuale e non ha questo specifico significato.

Va detto: queste due selezioni, di fantasia e di territorio, sono recenti. Nella nostra storia 'reame' ha vissuto con tutti i significati che oggi diamo a 'regno'. forse è il suono che gli ha valso il premio dell'assunzione nel fantastico, privo della stretta 'gn' del regno, aperto in uno iato lento e largo, sospeso. Un suono certo curioso, risultato di un maciullamento morfologico che è una porcata impensabile e sublime: il regimen latino ('regime, governo, condotta') si storpia nel francese antico del XII secolo in un roiame, frutto di un bizzarro incrocio con il reial (reale), e noi lo ricalchiamo a metà Duecento in reame. Il reame così non risalirebbe etimologicamente al re, ma al regime: il re ci si mette solo di mezzo.

Anche se a ben vedere sono rami della stessa pianta millenaria: il regimen è figlio del règere, un termine che nasce da una radice indoeuropea (in ipotesi, reg-) che descrive un movimento dritto: lo troviamo nella regione, che con movimenti netti l'augure traccia in cielo per divinare, e nell'incarico sacerdotale degli antichi re, che tracciavano le linee delle fondazioni e quelle del giusto.

Una parola che, se oggi ha una sfumatura infantile, ci può spiegare quanto le sfumature infantili possano essere insieme simpatiche, suggestive e serie.

Parola pubblicata il 24 Ottobre 2019

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