Riserbo

ri-sèr-bo

Significato Cautela, prudenza nel parlare o nell’agire, specie nel manifestare qualcosa; riservatezza

Etimologia da riserbare, derivato di serbare, che viene dal latino servare ‘custodire’, con prefisso ri-.

  • «L'affare va trattato col massimo riserbo.»

Partiamo dalla fine, tanto lo sappiamo che cosa vogliamo arrivare a farci dire da queste parole: che differenza c’è fra riserbo e riservatezza?

Dire che sono quasi la stessa parola non sarebbe tanto sbagliato — sono di quelle nipoti di rami diversi che si ritrovano ad aver preso la stessa strada. Il riserbo è derivato del riserbare, che è formato da serbare, il quale deriva dal latino servare. La riservatezza viene dal riservato, che è dal riservare, voce dotta recuperata dal latino reservare… che deriva da servare. Sono parole, come vedremo, di custodia. Di custodia attenta, riguardosa, protratta col prefisso.

Riservatezza e riserbo spiegano lo stesso atteggiamento di discrezione, di reticenza nella manifestazione di informazioni e pensieri e sentimenti. La riservatezza con cui agisco, senza dischiudere mai fini e persone coinvolte, sembra sovrapponibile al riserbo con cui agisco. Sembra.

La riservatezza ha un grado di astrazione maggiore, mentre il riserbo sta ben conficcato nella sua natura di atteggiamento.
Ad esempio: la riservatezza di una comunicazione è soprattutto il suo essere privata, confidenziale, mentre il riserbo di una comunicazione è la sua misura di cautela, di prudenza — ma magari tenuta in pubblico. Insomma, posso parlarti con riservatezza senza riserbo (quando a tu per tu te la dico tutta), e posso parlarti con riserbo senza riservatezza (quando altre orecchie ci ascoltano e centellino le parole).
Quindi, in buona parte si sovrappongono, ma quando la riservatezza prende la piega della privatezza si trovano disgiunte. Senza contare che dal punto di vista del suono il riserbo riesce più scuro, chiuso, intimo, mentre la riservatezza ha dei tratti più chiari, limpidi, istituzionali.

Così mantengo un certo riserbo sulle condizioni di salute di una persona che mi ha fatto una confidenza; anche se la notizia è attesa da molte persone per correttezza tengo il massimo riserbo; e dal riserbo con cui mi racconti com’è andata, capisco che è successo qualcosa di più, e di delicato.

Il riserbo ha la forza di una lunga cottura popolare. Il riserbare è un serbare ancora, e non ha le versatilità dotte e cortesi del riservare — pensiamo all’agilità con cui passa dal riservare un posto al riservare un trattamento, dal riservare delle sorprese al riservarsi un diritto: incontra con gran tratto il prenotare e il destinare, l’attribuire e il conservare. Piuttosto mondano.
Il serbare è pratico ed emozionato: serbo questa risorsa per quando ne avrò davvero bisogno, serbo le tue lettere come la cosa più cara, serbo un segreto, serbo rancore. E nel suo pragmatismo popolare incontriamo di nuovo anche la vena originaria del servo: ovviamente, riagganciandoci al principio, il servare latino è legato al servus. Lo schiavo, si penserà subito — ma prima, altro. Il guardiano, il custode.
Eccolo lì, il servo originario, seduto su uno scheggione al sole, il bastone in mano, a guardare le pecore del padrone.

Parola pubblicata il 31 Gennaio 2026 • di Giorgio Moretti