Sgraffignare

sgraf-fi-gnà-re (io sgraf-fì-gno)

Rubare, portare via di nascosto e con destrezza

da avvicinare a graffiare.

Questa è una parola di registro familiare, popolare: descrive in maniera colorita il rubare, anzi il rubacchiare, il portare via di nascosto e con astuta destrezza. Tutto questo colore scaturisce dal riferimento al graffiare, un verbo che descrive sì il lasciare un certo tipo di ferita superficiale, ma anche e soprattutto il gesto che lascia quel segno, portato da una punta che etimologicamente (pare) sta tra gli influssi della graffa longobarda, l'uncino, e del graphium latino, lo stilo per scrivere. Insomma, nello sgraffignare c'è una grinfia che aggranfia, con una innegabile rapacità ma anche con la destrezza clandestina dell'agganciare - discreta.

Non sarebbe corretto dire che l'atto descritto dallo sgraffignare è osservato con occhio bonario: può ben comunicare tutto lo sprezzo che si riserva al furto. Pensiamo ai giovani taccheggiatori che sgraffignano dal negozio per puro divertimento. Però questo allontanamento dalla solennità, dalla serietà, ha come effetto quello di minimizzare, di alleggerire. E in particolare, più che l'entità del furto, ne alleggerisce la dignità: in altri termini, si possono sgraffignare anche valori opulenti (con la manovra occulta il privato riesce a sgraffignare milioni alle casse pubbliche), ma Arsenio Lupin non sgraffigna.

Insomma, se riguarda una cosa davvero da nulla (come quando sgraffigno la marmellata dal barattolo incustodito, o le noccioline anche se mi sono dichiarato a dieta) lo sgraffignare è schietto, quasi amabile; se invece riguarda valori, allora lo sgraffignare acclude un'intensa sfumatura di meschinità.

Parola pubblicata il 03 Maggio 2018

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