Tempellare
tem-pel-là-re (io tem-pèl-lo)
Significato Battere, pulsare, zoppicare, oscillare, insistere
Etimologia voce di origine onomatopeica.
- «Non ti preoccupare, sono i bambini che tempellano le pentole.»
Parola pubblicata il 27 Gennaio 2026 • di Giorgio Moretti
È una di quelle parole che in un grande equilibrio fra uso popolare e letterario… ha imboccato la via della desuetudine. E forse non senza ragione — anzi è un fatto che la sua stessa origine può premonire.
‘Tempellare’ è costruito su una suggestione onomatopeica — quindi nasce provando a renderci un suono. E il fatto curioso è che l’uso ha esplorato questo suono con una varietà estrema: in altri termini, i significati assunti dal tempellare sono davvero disparati. Battere, rintoccare, sobbalzare, zoppicare, beccheggiare, spiaccicare, insistere… e oltre.
La rappresentazione è chiara: due suoni secchi che si susseguono, due martellate — tem-pell. Ed è molto efficace nel dare l’idea di tutte le azioni che abbiamo detto prima. Un modo di battere che è poco violento e molto pensato, misurato; un pulsare forte; ancora il ritmo di un andamento claudicante, e anche il movimento della barca o nave che non fila, ma che accusa una cadenza; il pendolo di un’incertezza interiore; il colpire operoso del mortaio o del batticarne; il bussare e ribussare di chi sollecita e risollecita.
Quindi posso dire che le campane del paese tempellano allegramente (la tempella era anche una sorta di essenziale sveglia usata nei monasteri — poco più di un’asse di legno da percuotere); lo stagnino tempella la padella ammaccata per renderle forma; vedendo il tuo messaggio mi tempella il cuore in petto; con la caviglia slogata tempello reggendomi ai mobili; tempella la barca sulle onde agitate; davanti alla proposta, il gruppo tempella fra sospetto e fiducia, fra diffidenza e lusinga; dopo mezz’ora siamo ancora a tempellare biscotti e ridurli in briciole per la torta; e ancora e ancora ti tempello con una richiesta d’aiuto importuna e inopportuna.
È senz’altro una soluzione simpatica, e non si fatica a comprenderla, nell’insieme di una frase. Anche perché in effetti somiglia a tante altre parole: è un tempestare, un tentennare, un tampinare, un tartassare, un traballare, e via e via dicendo. Ecco: sconta un’identità poco definita: se una parola, specie onomatopeica, va bene per rendere tanto (e magari lo rende bene!), al nostro orecchio può peccare d’incisività — specie se abbiamo molte alternative pronte e non lontane.
Resta un tocco ricercato, nella frase, che mostra premura nella resa fonosimbolica di quel che diciamo.