Varare

La strana coppia

va-rà-re (io và-ro)

Mettere in acqua un'imbarcazione appena costruita; avviare, approvare, presentare

dal latino medievale varare, derivato di vara 'cavalletto, pertica di sostegno'.

Navigare a vista, essere in balìa delle onde, tirare i remi in barca, andare in porto: il nostro linguaggio abbonda di metafore marinaresche, solitamente di immediata comprensione. Talvolta, però, chi non ha dimestichezza con le imbarcazioni perde un po’ la bussola, incagliandosi in malapropismi come “mantenere la barra dritta” nel senso di “proseguire, non deviare”, quando invece “mettere la barra a dritta”, in barca, significa inclinare verso destra la barra del timone, e quindi… voltare a sinistra. Sì, perché se la pala del timone va a destra, l’imbarcazione si dirige a sinistra. Mal di mare? Sintomi di enantiosemia? Meglio tornare sulla terraferma.

Per quanto di uso non comunissimo, il varo e il varare non sembrano presentare alcuna opacità semantica. Varare una nave significa levarla dallo scalo su cui è stata appena costruita e farla scivolare in acqua, inaugurandola (oppure, nel caso di una barca, vecchia o nuova, semplicemente spingerla in acqua dalla spiaggia). Da qui l’uso figurato nel senso di avviare, portare a compimento, presentare ufficialmente, per cui si dice che il parlamento ha varato una legge, una commissione dovrà varare un progetto o una riforma, il direttore sportivo annuncia alla stampa il varo della nuova squadra. Un secolo fa, quest’uso metaforico del termine fu definito da un noto lessicografo “tanto comune quanto infelice”. Questione di gusti, naturalmente, ma almeno il significato è cristallino. Ehm… Veramente ci sarebbe l’espressione “vararsi in costa”, che significa arenarsi, incagliarsi, cioè esattamente il contrario del varare. Uso tecnico limitato, certo. E che dire, allora, del fatto che in spagnolo varar non ha altro significato, appunto, che arenarsi? Ahinoi, siamo in piena tempesta enantiosemica. Proviamo a rifugiarci nel porto sicuro dell’etimologia.

Il verbo varare viene dal latino vara, cioè forcella, pertica di sostegno, cavalletto, che a sua volta deriva dall’aggettivo varus (storto, incurvato). Da varus, inoltre, origina il verbo latino varicare (divaricare le gambe, scavalcare), da cui, in italiano, varcare e valicare. A questo punto, per giungere al senso nautico del varare bisogna passare, per sineddoche, dal semplice bastone ricurvo ad un’impalcatura fatta di traverse poste su pali conficcati nel terreno, sulla quale costruire una barca: pare che anticamente, in italiano, varo significasse proprio lo scalo di costruzione. Varare una barca, quindi, sarebbe “toglierla dalle vare” (in italiano) o “metterla sulle vare”, cioè in secca (in spagnolo). Oppure si potrebbe partire direttamente dal tardolatino varare (semplificazione di varicare), che significava “scavalcare un fiume”. Immaginiamoci un ponte come delle gambe divaricate tra due sponde e capiamo subito l’inversione di significato tra italiano e spagnolo: uno scalo è sospeso tra terra e mare, quindi varare una barca può essere sia portarla dalla riva all’acqua che viceversa, dipende dalla direzione dell’attraversamento.

Tutto chiaro, quindi, passata la bufera. Questa bonaccia vi annoia già? Scrutiamo ancora un po’ l’orizzonte delle parole. Avete presente il ginocchio varo? Vuol dire che è incurvato, certo, ma come? All’infuori, dicono i testi medici (all’indentro è valgo). E allora perché alcuni serissimi dizionari scrivono che varus in latino significava “storto in dentro”? Va beh, oggi va così, si è capito.

Parola pubblicata il 23 Aprile 2019

La strana coppia - con Salvatore Congiu

Parole sorelle, che dalla stessa origine fioriscono in lingue diverse, possono prendere le pieghe di significato più impensate. Con Salvatore Congiu, insegnante e poliglotta, un martedì su due vedremo una di queste strane coppie, in cui la parola italiana si confronterà con la sorella inglese, francese, spagnola o tedesca.

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