Imbarazzare

im-ba-raz-zà-re (io im-ba-ràz-zo)

Significato Ingombrare, ostacolare; mettere a disagio

Etimologia dallo spagnolo embarazar, che è dal portoghese embaraçar ‘impedire, allacciare’, derivato di baraço ‘laccio, corda’.

Oggi mi sa un po’ di storiella didascalica, ma all’epoca, quando ce la raccontò a lezione il docente di filologia romanza, la presi per autentica. Un accademico italiano va ad un convegno in Spagna e, invitato inopinatamente a prendere la parola, esordisce farfugliando: “estoy muy embarazado”, suscitando l’ilarità della platea ispanofona. La frase pronunciata dal malcapitato collega, ci spiegò infatti il professore, equivaleva a “sono molto incinto”. Per la verità, oltre che ‘ingravidare’, in spagnolo embarazar significa anche intralciare, ostacolare – e un tempo, nel registro letterario, anche mettere a disagio, imbarazzare. Usato come aggettivo, però, se el profesor está embarazado non c’è alcun dubbio: è incinto. Davvero imbarazzante…

Ma quindi, aneddoti spiritosi a parte, in spagnolo la gravidanza è un intralcio? Etimologicamente sì, senz’altro: embarazar, da cui deriva anche il nostro imbarazzare, viene dal portoghese embaraçar (impedire, allacciare), a sua volta da baraça o baraço (laccio, corda), di probabile origine celtica. Ma certo – dirà qualcuno –, quel laccio è analogo al cinto di incinta! In realtà no, perché quella cinta sui fianchi delle gestanti è posticcia. In latino, ‘incinta’ si diceva gravida o praegnans. Un terzo termine, inciens, si usava per gli animali e veniva dal greco énkyos, gravido, derivato dal verbo kyéo, essere gravido, risalente a sua volta all’ipotetica radice preindoeuropea kuh-, che significava ‘gonfiarsi’. Nel latino tardo, i parlanti trasformarono inciente(m) in incincta, collegandolo paretimologicamente al verbo cingere e interpretandolo nel senso che le gestanti, per comodità, sono spesso in-cinte, cioè senza cinta.

Insomma, nel caso di incinta il riferimento al laccio, alla cintura, è stato inserito a posteriori laddove in origine non c’era che pesantezza – gravido è gravis, pesante – e rigonfiamento, mentre nell’imbarazzo, che origina appunto dal laccio, il riferimento a quest’ultimo si è stemperato, a favore proprio dell’idea di peso, di ingombro. Se dico che ho lo stomaco imbarazzato intendo che è troppo pieno, e così pure se ti chiedo di sbarazzarmi la cantina dalle tue carabattole che la imbarazzano. D’altra parte, però, se qualcosa mi imbarazza fisicamente è perché mi impaccia, mi irretisce, mi intrica, e così pure l’imbarazzo come disagio interiore, quello che arrossa le guance e annoda la lingua, più che un peso è una rete che avviluppa e intralcia: l’imbarazzato è impicciato, impedicatus, preso al laccio.

Ingombro, peso, impiccio… Certo non scaturisce, da questi concetti, un’idea idilliaca della maternità. Ma ne siamo davvero sorpresi? D’altronde, nelle lingue germaniche i verbi per ‘dare alla luce’ un bambino (come l’inglese bear e il tedesco gebären), derivano da una radice preindoeuropea ricostruita bher- che aveva il senso di ‘portare, sopportare un peso’, e da bear in inglese deriva burden (carico, fardello), che in passato, non a caso, indicava anche il peso che la donna incinta porta in grembo.

Un tempo, quando di figli ne nascevano e ne morivano tanti, la gravidanza era un fenomeno naturale. Le donne erano pregne, gravide: il loro ventre si gonfiava e si sgonfiava, come i rami degli alberi si riempivano di frutti e perdevano le foglie. Nella modernità questa concretezza terragna ci è parsa brutale, la causa di quel lievitare troppo scabrosa, e così abbiamo inventato eufemismi come ‘in stato interessante’ e ‘in dolce attesa’. La natura, lei, non muta mai indole né consiglio: quel che cambia è la nostra inclinazione a farcene imbarazzare, e ad embarazarla a nostra volta con gli incanti e i disincanti che vi disseminiamo.

Parola pubblicata il 04 Febbraio 2020

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