Malocchio

ma-lòc-chio

Significato Nella credenza popolare, influsso malefico esercitato dallo sguardo di certe persone, per invidia o malanimo, anche inconsapevolmente; per estensione, sfortuna, iettatura

Etimologia composto di malo e occhio; il sostantivo unito è ottocentesco, nato dalla locuzione ben più antica mal occhio.

La questione è antica quanto il Mediterraneo; la parola, sorprendentemente, molto meno. Malocchio scritto tutto attaccato, come sostantivo autonomo, compare solo nell’Ottocento: prima c’era la locuzione, guardare di mal occhio, che sopravvive intatta accanto al nome e ne custodisce il senso più concreto – l’occhiata storta, ostile, che tutti sappiamo dare e riconoscere. La saldatura delle due parole in una fa quello che le univerbazioni fanno sempre, ovvero trasforma un modo di guardare in una cosa.

Dietro al malocchio si cela, potente, l’invidia. Non è un caso che la stessa invidia venga dal latino invidēre, guardare contro, guardare addosso con ostilità: l’invidioso è, alla lettera, uno che guarda male. Non stupisce nemmeno che le due parole viaggino insieme – e in Abruzzo il malocchio si chiama proprio la ‘mmidia. Il malocchio è l’invidia presa alla lettera, l’etimologia che si fa credenza: se invidiare è guardare contro, allora quello sguardo, da qualche parte, deve pur colpire. Le altre lingue, nominandolo, scelgono dove guardare. Molte fissano l’organo, come noi: evil eye, mauvais œil, mal de ojo, l’ebraico ‘ayin ha-ra’. Altre l’atto: il tedesco böser Blick è un cattivo sguardo, il russo sglaz è il male “dall’occhio”, il turco nazar è semplicemente “sguardo”, senza aggettivi – come se bastasse. L’arabo, infine, nomina il movente: ‘ayn al-hasūd, l’occhio dell’invidioso. E il napoletano regala l’immagine più concreta di tutte: uocchie sicche, occhi secchi.

I Romani lo chiamavano fascinum, che era insieme il maleficio dello sguardo e l’amuleto, spesso di forma fallica, che lo teneva lontano. Da lì viene il verbo fascinare, stregare: e qui la lingua ci gioca uno dei suoi scherzi migliori, perché è la stessa parola del nostro fascino. La persona affascinante, etimologicamente, ci ha fatto il malocchio; l’incantesimo si è solo rovesciato di segno. Nel Sud Italia, tuttavia, questo rovesciamento non si è mai compiuto del tutto. Il malocchio continua a chiamarsi fascino o affascino, e chi ne è colpito è ancora oggi, letteralmente, "affascinato". Ernesto De Martino, in Sud e magia, usa proprio il termine fascinazione per descrivere una particolare condizione di impedimento: la persona avverte di essere dominata da una forza esterna che restringe la propria autonomia, la capacità di decidere e di agire. Quando questa forza assume un volto umano e procede attraverso uno sguardo invidioso, la fascinazione prende il nome di malocchio; quando invece è deliberatamente provocata mediante un rituale, diventa fattura.

Il sinonimo più celebre è napoletano: iettatura, da jettare, gettare — perché il malocchio si getta, si scaglia come una cosa. Ne ha fatto letteratura Pirandello con La patente, dove il povero Chiàrchiaro, rovinato dalla fama di iettatore, di menagramo, pretende dal giudice il riconoscimento ufficiale del suo potere, per campare almeno di quello. Vividissima l'immagine che Pirandello ne dà nella didascalia della versione teatrale: «Rosario Chiàrchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s’è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto d’un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno».

Contro un male così fatto, i rimedi sono gesti e oggetti, rituali apotropaici: le corna, fatte con le dita puntate in basso; il corno di corallo rosso, che per tradizione va regalato, mai comprato; l’uso dell’“occhio azzurro” (nazar), la prova dell’olio nell’acqua, per diagnosticare il colpo. E poi ci sono le parole. La celebre formula «occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio», resa popolarissima dall'omonimo film con Lino Banfi, ha comunque radici che affondano più indietro: il finocchio, sacro a Santa Lucia protettrice della vista, era antidoto tradizionale al malocchio, e la tradizione napoletana tramanda scongiuri che mettono in fila uocchio, malocchio e prutusino, il prezzemolo. È uno scongiuro nel senso più proprio del termine, che cerca di allontanare il male.

Se proviamo a spogliare la parola della sua veste folkloristica e magica, scopriamo che il malocchio possiede una stringente verità psicologica. Che cos'è, in fondo, se non il peso insostenibile dello sguardo altrui quando questo si fa giudicante, escludente o predatorio? Tutti noi abbiamo sperimentato la sensazione di sentirci "osservati male", paralizzati dall'ostilità invisibile ma palpabile di un ambiente o di un interlocutore. Il malocchio moderno si annida nelle pieghe della competizione sociale, nei silenzi taglienti, nell'asettica ferocia dei social media, dove migliaia di occhi osservano pronti a cogliere il minimo passo falso. Forse è per questo che il malocchio continua a sopravvivere anche dove la superstizione arretra. Non perché crediamo davvero che uno sguardo possa far perdere una gara o far ammalare un bambino, ma perché continuiamo a intuire che gli sguardi non sono mai neutri. Possono accogliere, desiderare, intimidire, giudicare, invidiare. La magia, forse, è scomparsa. È rimasta la forza simbolica dello sguardo.

E chi legge, ci crede nel malocchio?

Parola pubblicata il 30 Luglio 2026