Ambiguo

12 Giugno 2017

am-bì-guo

SignEquivoco, di incerta interpretazione; doppio, subdolo; che suscita sospetti morali

dal latino ambiguus, derivato di ambìgere 'dubitare, essere discorde', composto di amb- 'intorno' e àgere 'condurre'.

Questa parola appartiene a un'importante e variegata famiglia di termini nati da composti del latino [amb-], elemento che signfica 'intorno': ambiente, ambage, àmbito, ambizione partono tutti da lì.

L'immagine di base dell'ambiguo è quella dell'indecisione, che ci vede muoverci intorno senza una direzione precisa. Descrive quindi l'equivoco, ciò che può essere interpretato in modi diversi senza che uno sia palesemente preferibile. Ad esempio sono ambigue le risposte del quiz, ambigue le regole del gioco da tavolo, ambigua la formulazione della legge.

Tale difficoltà interpretativa si accompagna volentieri al sospetto, in quelle situazioni in cui non riusciamo a discernere chiaramente le intenzioni o i comportamenti altrui, o che ci paiono in qualche modo losche. Non si va volentieri nel locale ambiguo che si presenta come osteria ma che abbiamo l'impressione nasconda qualche traffico; quando ci troviamo a contrattare con un cliente ambiguo ci muoviamo con i piedi di piombo; e stiamo all'erta quando dopo la lite il collega mostra un comportamento ambiguo.

Una parola da tenere pronta, perché il carattere che descrive va osservato con particolare attenzione.

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(Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno)


Pin […] ha i lucciconi agli occhi e una rabbia gli stringe le gengive. I grandi sono una razza ambigua e traditrice: non hanno quella serietà terribile nei giochi propria dei ragazzi, pure hanno anch’essi i loro giochi, sempre più seri, un gioco dentro l’altro che non si riesce mai a capire qual è il gioco vero.


In questo romanzo Calvino racconta la guerra attraverso la voce di Pin: un bambino che, per la sua ingenuità, non capisce appieno gli eventi, però ne coglie perfettamente l’assurdità.

In fondo gli adulti «giocano» come i bambini: si costruiscono un sistema di regole (non sempre razionali), e si pongono obiettivi che – ad occhi esterni – appaiono spesso futili. Talvolta si muovono anche con l’egocentrismo e la superficialità dei bambini, riducendo tutto a giochi di potere (e gli esempi per eccellenza sono, appunto, la guerra e il sesso).

I grandi, però, hanno una caratteristica in più: l’ipocrisia. Nascondono cioè il vero scopo del gioco, anche a loro stessi. Così diversi piani (economico, politico, emozionale…) finiscono per intrecciarsi, in un groviglio incomprensibile. Ed anche le scelte dei singoli sono spesso poco chiare, poiché dettate dalla convenienza del momento.

Tutto ciò rappresenta, come spiegherà Calvino nelle Lezioni americane, la pesantezza del mondo, che può essere contrastata solo dalla «leggerezza»: un valore letterario, ma anche esistenziale. Significa, anzitutto, guardare gli eventi “dall’alto”, senza lasciarsene invischiare, ossia ridimensionando i giochi meschini dei «grandi». Ma significa anche allontanarsi dallo squallore del male per cogliere invece – nella lontananza – la bellezza semplice delle cose.

Infatti, alla fine del romanzo, Pin osserva che «a vederle da vicino le lucciole sono bestie schifose», e un amico partigiano, il Cugino, gli risponde: «Sì, ma viste così sono belle.» Infine i due si allontanano «nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano».

Pin dunque attraversa il male, e in parte ne resta anche contaminato. Tuttavia mantiene un’anima di fanciullo, capace di meraviglia e immaginazione (simboleggiata dai famosi «nidi di ragno»). Esce così vincitore, proprio in grazia della sua fragilità. Realizza cioè la sua vera quest, l’unica che conti: trovare un amico vero, degno di essere ammesso nel misterioso mondo dei «nidi di ragno» (e capace, a sua volta, di prenderlo a cuore).

Con Lucia Masetti, giovanissima dottoressa in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

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