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Scoppiare

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scop-pià-re (io scòp-pio)

SignDividere una coppia; spaccarsi improvvisamente e con fragore per eccesso di pressione interna

nel primo caso, derivato di coppia, col prefisso s- che indica separazione; nel secondo caso, da scoppio, che è dal latino scloppus 'scoppio, schiocco', di origine onomatopeica.

Anche questa parola, in realtà, sono due - che però, in una certa maniera, giungono a toccarsi anche concettualmente.

Il primo scoppiare che osserviamo è il dividere una coppia: la nonna scoppia i candelabri di ottone martellato fatti da suo padre regalandoli, uno per uno, ai suoi due nipoti; la prova dura della convivenza scoppia i fidanzati; la lavatrice spietata scoppia misteriosamente i calzini.

Il secondo, assai intenso, descrive uno spaccarsi improvviso, specie violento e fragoroso, dovuto a una pressione interna. L'origine di questo termine è nel latino scloppus, che significa onomatopeicamente lo schiocco, lo scoppio. Curioso, in certi dizionari si trova riportato che lo scloppus in latino aveva il significato particolare del rumore che si ottiene battendo una guancia a bocca chiusa. Ad ogni modo, scoppia la bomboletta che viene furbamente bucata con un cacciavite, e il palloncino gonfiato con troppo entusiasmo ci scoppia in faccia. Un fenomeno del genere suggerisce ovviamente una quantità di usi figurati - tutti imperniati sullo sfogo irreversibile di pressione interna e sul fragore: l'ultimo torto fa scoppiare una reazione violenta, scoperta la trama occulta scoppia il caso mediatico, la battuta formidabile mi fa scoppiare in una risata esagerata, rivedo la persona amata e mi scoppia il cuore.

Dicevamo che i due 'scoppiare' in qualche modo si toccano: la disgiunzione e la spaccatura sono immagini affini, ciò che era uno va in pezzi; e se pensiamo che spesso una separazione può essere effetto di una grande tensione ed essere violenta e rumorosa, ecco trovato il fronte di contatto.

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(L. Pulci, Morgante, XIX canto, strofe 148-9)


Allor le risa Margutte raddoppia,

e finalmente per la pena scoppia;

e parve che gli uscissi una bombarda,

tanto fu grande dello scoppio il tuono.

Morgante corse, e di Margutte guarda

dov'egli aveva sentito quel suono,

e duolsi assai che gli ha fatto la giarda

perché lo vide in terra in abbandono;

e poi che fu della bertuccia accorto,

vide ch'egli era per le risa morto.


Alla corte di Lorenzo il Magnifico due poetiche si scontrano, gareggiando per avere il suo favore. Da un lato abbiamo la poesia di stampo neoplatonico, raffinata ed elitaria. Dall’altro lato invece troviamo una poesia irriverente, popolareggiante e spesso grottesca, che ha il suo massimo rappresentante in Pulci.

Il Morgante è il suo fiore all’occhiello, e infatti procede esattamente all’opposto di quanto ci si aspetterebbe da un “serio” poema cavalleresco.

I personaggi sono esagerati, da ogni punto di vista: il protagonista, Morgante, è un gigante, mentre il suo amico Margutte è un “gigante nano” (bloccatosi a metà della crescita). L’uno è caratterizzato dalla violenza, l’altro da un’irrefrenabile voracità: messi insieme quindi incarnano una contro-morale, impastata di materialità e istinto.

Oltre a ciò gli eventi sono inverosimili e sconnessi, poiché mirano a tenere sempre desta la meraviglia del lettore. Nelle strofe citate, ad esempio, Morgante fa uno scherzo (giarda) a Margutte, nascondendogli gli stivali. Una bertuccia se ne impossessa, e cerca di infilarseli; e quando la vede Margutte scoppia – letteralmente – per le risate.

L’episodio quindi si basa su un meccanismo molto semplice: l’interpretazione letterale di espressioni come “scoppiare a ridere” o “morire dalle risate”. Pulci cioè crea il comico prendendo il linguaggio sul serio, integralmente. E dimostra così, per assurdo, che anche le frasi più banali hanno vari livelli di significato: è molto raro che ciò che intendiamo coincida esattamene con ciò che diciamo.

Tuttavia la narrazione non è così assurda come appare. Sembra infatti che ci siano stati, anche in epoca moderna, casi di morte dovuti ad un patologico eccesso di risate. Inoltre alcune condizioni, ad esempio le sindromi autistiche, possono rendere veramente incomprensibili le metafore: in questi casi le persone interpretano ogni frase in modo strettamente letterale, il che genera molti fraintendimenti.

Eh sì: come diceva Pirandello, a volte le cose vere non sono per nulla verosimili.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 26 Febbraio 2018

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