Aria

Le parole della musica

à-ria

Significato In musica: composizione melodica, generalmente in forma ‘chiusa’, per voce sola – più raramente strumentale, e solo eccezionalmente per più voci – con accompagnamento di strumenti. Può essere un brano indipendente o far parte di un’opera, di un oratorio, di una cantata o altro. In fisica: miscela gassosa che circonda la Terra; atmosfera, anche con significati figurati

Etimologia dal latino àera, accusativo di forma greca di aer, con metatesi (inversione), dal greco aér ‘aria’.

  • «Ho regalato al mio amico tenore una raccolta delle più celebri arie d’opera.»

Aria. La respiriamo e la conosciamo istintivamente, anche senza studiarne la composizione chimica: soprattutto azoto (quasi 4/5) e ossigeno (circa 1/5).

L’aria permea anche il linguaggio, con numerosi usi figurati: darsi delle arie (pavoneggiarsi), capire che aria tira (cogliere la situazione), avere l’aria di… (assumere un determinato atteggiamento).

In musica, l’aria indica forme diverse, per lo più destinate a una voce solista accompagnata da strumenti. Il suo testo non è narrativo, ma esprime sentimenti oppure commenta situazioni. A volte, però, è stato chiamato in questa maniera anche un brano strumentale; è il caso dell’Aria sulla quarta corda di Bach. Nell’Ottocento fu rielaborata dal violinista August Wilhelmj per poterla suonare appunto sulla sola quarta corda (Sol) del violino e divenne talmente popolare da essere ribattezzata così, enfatizzandone il carattere cantabile ed espressivo.

Arioso può invece essere un recitativo che tende al cantabile, o anche una composizione per soli strumenti.

Se cerchiamo le prime attestazioni in musica, troviamo le espressioni aer ytalicus e aer gallicus impiegate da un anonimo teorico italiano del Trecento; indicavano probabilmente il significato ‘alla maniera di’; come dire: all’italiana o alla francese.

Ma con aria s’intende di solito quella d’opera, che si afferma tra il Seicento e il Settecento, epoca di compositori come Georg Friedrich Händel e Alessandro Scarlatti. Nelle loro composizioni e in quelle di altri musicisti barocchi, prende forma l’aria col da capo, strutturata in tre sezioni (A-B-A): dopo un’esposizione e una parte contrastante si ritorna appunto da capo, con ornamentazioni ad libitum affidate all’interprete.

Nel melodramma, l’importanza dell’aria era tale che un personaggio si definiva principale o secondario a seconda del numero di arie che cantava. L’aria era il fulcro spettacolare dell’opera: una forma ‘chiusa’, riconoscibile, e — ancora oggi — attesissima dal pubblico; spesso era costruita per mettere in luce le qualità tecniche ed espressive dell’interprete. Aveva finalità lirica ed era drammaticamente statica, contemplativa, distinguendosi dal dinamismo del recitativo, che invece serviva a far avanzare l’azione.

Pietro Metastasio s’impose come librettista di successo internazionale, musicato centinaia di volte da diversi compositori, e mise a punto la struttura testuale del melodramma. Nonostante il prestigio del poeta, però, in Inghilterra nessun suo libretto venne rappresentato nella versione originale: durante le prove, cantanti e impresari intervenivano liberamente, scegliendo, sostituendo o aggiungendo arie, secondo una prassi così diffusa che anche le locandine lo dichiaravano senza imbarazzo.

E se un’aria aveva successo, veniva riproposta in qualsiasi altra opera. Erano le cosiddette arie di baule o di bagaglio, che i cantanti portavano con sé da un teatro all’altro, pronte all’uso.

Tuttavia, gli schemi metastasiani e gli eccessi dei virtuosi portarono alla cosiddetta ‘riforma dell’opera’. Protagonista ne fu Christoph Willibald Gluck che, insieme al librettista Ranieri de’ Calzabigi, cercò di riportare la musica al servizio del dramma: l’aria non doveva più interrompere l’azione come parentesi di puro esibizionismo, ma nascere naturalmente dal sentimento del personaggio.

Già, perché nell’aria la musica agisce con tutta la potenza dei suoi mezzi, prevalendo sulla parola e sul suo aspetto ritmico; lo dimostra il fatto che può essere molto lunga anche se mette in musica solo pochi versi. Ripetizioni di parole e abbondanti sviluppi melodici delle sillabe cantate possono spingersi fino all’esagerazione nelle cosiddette arie di bravura, tanto gradite al pubblico dell’epoca. Non di rado, l’aria è suggellata da un ‘Ah!’ che si sviluppa con melismi ipertrofici e acuti ai limiti delle possibilità vocali.

Con l’Ottocento l’aria tende a integrarsi nel flusso drammatico, perdendo talvolta la definizione formale. Si accosta in parte alla romanza, che ne rappresenta una versione spesso più breve e meno virtuosistica. L’aria si sviluppa dunque in una melodia continua, come si può apprezzare in Ah, non credea mirarti dalla Sonnambula di Vincenzo Bellini, per proseguire con Wagner, l’ultimo Verdi, Puccini e gli operisti del Verismo.

Si potrebbe continuare a lungo… invece ci fermiamo qui. In fondo, diciamocelo, l’aria non si vede, ma si sente.

Parola pubblicata il 29 Marzo 2026 • di Antonella Nigro

Le parole della musica - con Antonella Nigro

La vena musicale percorre con forza l'italiano, in un modo non sempre semplice da capire: parole del lessico musicale che pensiamo quotidianamente, o che mostrano una speciale poesia. Una domenica su due, vediamo che cos'è la musica per la lingua nazionale