Arpeggio

Le parole della musica

ar-pég-gio

Significato Suonare le note che formano un accordo in successione non simultanea. In veterinaria, disfunzione che causa la flessione brusca e involontaria di un arto quando si muove.

Etimologia Sostantivo con terminazione a suffisso zero del verbo ‘arpeggiare’, derivato da ‘arpa’, dal latino tardo harpa, a sua volta prestito dall’alto germanico antico harpa, introdotto dai legionari originari di quei territori e formato su una radice germanica harp- ‘curvare, piegare’.

Il termine ‘arpeggio’ deriva da arpa, strumento musicale che, prima di assumere le sontuose forme ottocentesche a noi familiari, ebbe diversi tagli – spesso piccoli e maneggevoli – e altrettante fogge. A seconda del tipo (celtica, barocca, doppia, ad arco, etc.), si suona in varie posizioni, come mostrano testimonianze archeologiche e iconografiche sin dall’Età del Bronzo.

Nel 600 d. C. il vescovo di Poitiers, Venanzio Fortunato, scrisse probabilmente per primo la parola harpa: «Romanusque lyra, plaudat tibi barbarus harpa…» (e il romano con la lira, ti renda onore, il barbaro con l’arpa…), anche se in passato lira e arpa sono state definite talvolta in modo ambiguo, tanto che ancora nel 1511 Sebastian Virdung scrisse: «Ciò che un uomo chiama arpa, un altro chiama lira».

Questi strumenti musicali si suonano pizzicando le corde con i polpastrelli, alternando le dita. Le corde emettono suoni dal timbro morbido, adatto ad accompagnare la voce. Per tale motivo Apollo vinse sull’aulete Marsia che, impegnato a soffiare nel suo aulos, non poté suonare e cantare al contempo, cosa che invece riuscì perfettamente al dio.

Diversamente dagli aerofoni, i cordofoni tradizionali non ad arco (categoria a cui, oltre all’arpa, appartengono anche chitarra e mandolino) lasciano una coda sonora di breve durata e di bassa intensità: dopo il pizzico il suono tende ad affievolirsi rapidamente. Furono perciò adottate soluzioni per ‘riempire’ il vuoto causato dalle note a valori lunghi. Girolamo Diruta ne Il Transilvano (1593) rilevava che, altrimenti, alla musica sarebbe mancata «più della metà dell’armonia». Dal canto suo, negli Avvertimenti al primo libro di Toccate (1615-1616) Girolamo Frescobaldi prescrisse: «Li cominciamenti delle toccate sieno fatte adagio, et arpeggiando». Possiamo però credere che l’arpeggio esistesse da tempi ben più remoti, probabilmente sin dall’invenzione dell’arpa, la cui ideazione si perde nelle tenebre della protostoria.

Gli strumenti monodici (come ad esempio flauto e clarinetto) o gli strumenti ad arco (violino, viola, violoncello e contrabbasso) grazie all’arpeggio possono suggerire solisticamente l’armonia che si otterrebbe, invece, con più strumenti suonati in simultanea.

Esemplificando, ecco una serie di accordi realizzati da un quartetto di clarinetti:

Ma sentite cosa può fare un solo clarinetto tramite l’arpeggio. L’armonia è la stessa dell’esempio precedente!

Il medesimo arpeggio, suonato da uno strumento polifonico com’è l’arpa, consente tuttavia la reale sovrapposizione dei suoni.

Anche con la voce si possono intonare arpeggi, soprattutto come ‘vocalizzi’, ossia esercizi di tecnica per i cantanti. Eseguiti con rapidità, diventano virtuosismi vocali, come nella famosa aria della Regina della Notte del Flauto magico mozartiano.

Qui, in un interessante esperimento, Bobby McFerrin interpreta il Preludio n. 1 in Do maggiore BWV 846 dal Clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach, facendo cantare al pubblico l’Ave Maria, un pastiche che Charles Gounod compose utilizzando il preludio bachiano come base armonica (l’originale per clavicembalo invece è questo, seguito al minuto 2:00 dalla fuga relativa).

L’arpeggio può essere un abbellimento, per variare una frase musicale, o può diventare elemento integrante dell’architettura di una composizione, come in quest’altro celebre preludio di Bach.

L’arpeggio può essere molto rapido e in tal caso è abbreviato dal segno grafico di una linea ondulata verticale, preposta agli accordi.

Il ‘basso albertino’ è una formula di accompagnamento arpeggiato, solitamente nella musica per tastiera. Si realizza con triadi spezzate, le cui note, nella maggior parte dei casi, sono prodotte nell’ordine: bassa, alta, media, alta. Lo schema si ripete più volte e conobbe una notevole diffusione tra i compositori dell’epoca classica, incluso Mozart. Franz Schubert invece compose la sonata Arpeggione per lo strumento omonimo.

L’arpeggio è una splendida risorsa musicale, di sicuro effetto, ma se qualcosa non va per il verso giusto, qui a Roma diciamo che bisogna sempre ricordarsi che «nun c’è limite ar-peggio».

Parola pubblicata il 04 Luglio 2021

Le parole della musica - con Antonella Nigro

La vena musicale percorre con forza l'italiano, in un modo non sempre semplice da capire: parole del lessico musicale che pensiamo quotidianamente, o che mostrano una speciale poesia. Una domenica su due, vediamo che cos'è la musica per la lingua nazionale