Beniamino

be-nia-mì-no

Persona prediletta; in particolare, figlio prediletto

dal nome del personaggio biblico Beniamino, in ebraico Binyāmīn, composto da ben figlio e yāmīn della destra, cioè fortunato.

Questa parola ha certo un gusto antiquato, ma descrive un concetto aggraziato, di grande delicatezza. Si tratta di un'antonomasia che nasce dalla tradizione biblica: nella complessa narrazione delle vicende di Giacobbe e dei suoi figli - fra cui il profeta Giuseppe -, la figura di Beniamino, l'ultimogenito, emerge per la straordinaria intensità e limpidezza dell'amore che padre e fratelli hanno per lui (in effetti, emerge solo per questo).

Per estensione il beniamino diventa quindi in primis il figlio prediletto - concetto che oggi, con la fine del maggiorascato e la maturazione culturale della parità fra figli, vede finite le sue fortune. Ma un'estensione ulteriore di significato trova nel beniamino, in generale, la persona prediletta - più posata dell'idolo, meno malvista del cocco, meno ingessata del pupillo: un attore può essere il beniamino delle teenager (magari un concittadino, piuttosto che una stella hollywoodiana), un custode può essere il beniamino della scuola (è disponibile, ha modi gentili, tutti gli sono affezionati), il rampollo può essere il beniamino del professore (lo apprezza e incensa, sì, ma senza retorica); ma anche gli animali possono essere beniamini: nel piccolo paese un gatto scostante può diventare il beniamino del gruppo di bambini, e il cane è il beniamino della famiglia.

Una declinazione garbata di una fisiologica predilezione.

Parola pubblicata il 11 Ottobre 2014

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