Croscio

crò-scio

Fragore d'acqua che cade abbondante e violenta

da crosciare, di origine onomatopeica.

Riassaggiare un cibo senza il sale né le spezie che usiamo di solito permette di recuperarne un sapore inusuale e autentico. Talvolta, anche riassaggiare una parola con un prefisso in meno ha lo stesso effetto.

Si parla spessissimamente di 'scrosci', fragorosi rovesci d'acque: mamma mia che scroscio, è tutto bagnato perché c'è stato uno scroscio improvviso, e se poi ci impelaghiamo negli usi figurati fra scrosci di applausi e di articolazioni sbilenche non la finiamo più; ma scomponendo lo scroscio ci accorgiamo del prefisso intensivo 's-' installato sul precedente 'croscio'. Che è da solo è molto meno comune.

Da un punto di vista onomatopeico, è quello che fa tutto. La violenza del colpo secco dell'acqua nella 'c', il crepitìo bianco di una miriade di colpi nella 'r', lo 'sc' dello scivolìo scorrente. Prefiggerci una 's', anzi, da un punto di vista onomatopeico è un po' ridondante, un po' grossolano. Si può magari intendere il croscio come scroscio meno intenso, in cui i suoni non sono proprio appiattiti in un rombo soverchiante, ma si fanno ancora distinguere, ma sono più cantati. Affacciato sul terrazzo mi imbambolo un momento a sentire il croscio quieto di una pioggia uguale e calma sotto al rumore del traffico; lavo il pavimento in un silenzio pensieroso interrotto solo dal croscio dello straccio strizzato, del secchio a quando a quando svuotato e riepito; e camminando nel bosco mi sorprende il croscio che non c'era di un torrentello appena piovuto, che salta di balza in balza.

Basta togliere quel prefisso per avere una parola più compassata, più ricercata, più esatta, musicale, forse evocativa. Tanta parte del bel parlare si fa togliendo.

Parola pubblicata il 31 Ottobre 2018

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