Diaspora

dià-spo-ra

Dispersione, specie di un popolo che abbandona la patria

dal greco diasporà 'dispersione', da diaspeìro 'disseminare'.

È una parola molto alta e seria, che ci interessa quotidianamente, e che però può rivelarsi una risorsa versatile e perfino simpatica.

Con questo termine si indica la dispersione di un popolo che, volente o nolente, abbandona la terra natia. La diaspora per eccellenza riguarda la storia ebraica: può essere riferita all'esilio dei tempi della cattività babilonese (parliamo del VI secolo a.C.), o alla dispersione vera e propria del popolo ebraico che ci fu dopo la distruzione di Gerusalemme del 135 d.C. e la persecuzione sotto l'imperatore romano Adriano. È un concetto che ci è molto vicino: ci basti pensare alla diaspora di giovani italiani, alla diaspora che trasforma interi paesi in città fantasma, alla diaspora da zone di guerra che porta migliaia di migranti a bussare alle nostre porte.

Però questa parola può essere usata con un profilo più leggero, che la volge in ironia: finita la partita allo stadio, la diaspora dei tifosi intasa la città; la diaspora serale degli avventori del festival lascia deserti gli ultimi eventi; e alla diaspora degli amici del liceo si oppongono le cene che si organizzano ogni paio d'anni.

Resta comunque una vena di tristezza: di rado una dispersione è gioiosa. Il che ci fa riflettere sull'entusiasmo che portano invece con sé il contatto e l'adunanza.

Parola pubblicata il 10 Marzo 2016

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