Felicitazione

fe-li-ci-ta-zió-ne

Congratulazione, rallegramento

derivato di felicitare, uguale nel latino tardo, col significato di 'rendere felice'.

Siamo davanti al caso di una parola semplice da usare che però non è così semplice, e ha dei risvolti discutibili.

La diciamo e scriviamo, specie al plurale, quando vogliamo congratularci, quando ci vogliamo rallegrare con qualcuno per qualcosa. «Mi sposo!» «Felicitazioni!», nel biglietto scrivo «Felicitazioni per la laurea, dottore!», «Mi devo far togliere i denti del giudizio» «Felicitazioni».

Senza che questo venga normalmente percepito, scaturisce dal verbo 'felicitare' (poco comune); questo, al riflessivo (più comune), ha proprio i significati di gioire, rallegrarsi - propriamente, rendersi felici. Quindi se mi felicito con qualcuno gli esprimo la mia felicità suscitata da qualcosa che lo riguarda.

Ora, il termine 'felicitazioni' ha una non trascurabile carica di formalità. Rischia di diventare (ammesso che non lo sia) una congratulazione di circostanza, il che è piuttosto spiacevole, visto che un richiamo alla felicità dovrebbe rimanere in una dimensione autentica, sentita. È senza dubbio un modo rapido per cavare le castagne dal fuoco esprimendo senza esitazioni il nostro rallegrarci per qualcosa. Ma qui sta il paradosso: se davvero c'è quella vicinanza partecipe che ci fa essere felici per il successo o la buona sorte altrui, forse è il caso di non usare questa parola - a meno che la formalità non sia necessaria o non si cerchi l'ironia. Un banale «Sono davvero felice per te» può avere un impatto maggiore, e comunicare una comunione più stretta.

Parola pubblicata il 12 Novembre 2016

Commenti