Infinocchiare

in-fi-noc-chià-re (io in-fi-nòc-chio)

Significato Ingannare qualcuno con un imbroglio

Etimologia composto parasintetico di finocchio, che è dal latino faenìculum, derivato di faenum ‘fieno’.

  • «Ehi, ma a me le ha vendute al doppio! Mi ha infinocchiato!»

La pratica è di successo sicuro. Quando si serve una pietanza, magari un arrosto di carne non freschissima o di primissima scelta, un abbondante condimento con semi di finocchio copre il difetto; similmente, prima di servire un vino non eccellente, un piccolo aperitivo di finocchio lo maschera. È una fregatura, e questo è l’infinocchiare originario.

Il concetto prende forma un sacco di tempo fa, nel pieno del Quattrocento. È un ingannare da osteria, non particolarmente grave, non particolarmente alto, non particolarmente intenso — piccino, vile, sempliciotto, occhiuto. E questo equilibrio è la chiave del successo dell’infinocchiare.
Certo, come abbiamo notato subito offre un’immagine etimologica icastica e divertente, un riferimento pronto quanto sanno esserlo gli ortaggi e le spezie — ma per i più è un riferimento enigmatico: tanta gente ignora queste fraudolente proprietà del finocchio, non immagina com’è che la sua sottile piccantezza fra anice e liquirizia possa farsi antonomasia d’inganno.

Questo ambito di significati d’inganno tende a polarizzare le parole fra alto e basso: abbiamo ‘circuire’, così latino, e il suo appena meno paludato fratello d’immagine ‘raggirare’ (sempre un girare intorno sono); abbiamo termini rétro, ricercati e buffi come ‘abbindolare’, ‘buggerare’, ‘turlupinare’, o ‘gabbare’; abbiamo le sottigliezze elevatissime del ‘mistificare’; e giù abbiamo i nodi resi da parole come ‘imbrogliare’, o anche ‘ingarbugliare’, e poi tutta la squadra del ‘fare fesso’, ‘fregare’ e via e via inoltrandosi nel volgare.

L’infinocchiare non è volgare. È popolare, spiccio, ma non privo dell’eleganza delle parole accurate; è simpatico, ma non comico; è ingannevole ma il suo è un inganno di piccolo cabotaggio, un aggiustamento, una contraffazione che passa e va. Questa peculiare distribuzione di sfumature lo rende davvero unico.

Posso raccontare di come mi sono lasciato infinocchiare dalle lusinghe del venditore al mercato, comprando una ciofeca di attrezzo multiuso che si è rotto subito; ingolosito dal menu ti sei fatto infinocchiare da un ristorante acchiappaturisti di infimo ordine; e l’amministratrice si è fatta infinocchiare dalle promesse di ritorni faraonici su un investimento che era un’idiozia.

Lo sentiamo, non c’è granché di mefistofelico, né granché di grezzo. L’equilibrata mediocrità dell’infinocchiare ci lascia tutta la stizza e l’ortaggio — intendevo, l’oltraggio — dell’inganno in cui si casca come pere, senza farlo risuonare con magniloquenza né facendoci abbaiare parolacce. Imperdibile sotto tutti i profili.

Parola pubblicata il 12 Marzo 2025