Nequizia
ne-quì-zia
Significato Malvagità; azione malvagia
Etimologia voce dotta recuperata dal latino nequitia, da nequam ‘malvagio’, ma propriamente ‘di nessun valore’.
- «La sua nequizia ha reso immortale il suo nome.»
Parola pubblicata il 14 Gennaio 2026 • di Giorgio Moretti
Un’altra parola che magari siamo in grado di decifrare e collocare al volo su un significato di massima, ma che non sapremmo altrettanto al volo dire analiticamente che significa. Certo niente di buono, ma quale sia la dimensione di questo ‘niente di buono’ va specificato.
Siamo al cuore del peggio: la nequizia è la malvagità. Ma è curiosissimo come arriva a questo significato.
Forse immaginiamo (magari avendo presente ‘cattivo’), che una qualità del genere progredisca dal profondo male morale a significati più spiccioli — dalla persona cattiva che compie il peggio alle forbici cattive che non tagliano (le forbici cattive non sono quelle che pugnalano alle spalle). Il che, nel caso del cattivo, è verissimo — da captivus diaboli, ‘prigioniero del diavolo’, alla cattiva qualità. La nequizia è andata al contrario.
In latino nequam significa ‘di nessun valore’. Quam è una particella indefinita, ne- una negazione. La nequitia quindi non è dapprima una forma di malvagità, ma di inutilità. Anche quando si attaglia alle persone, ha un’ampio spazio di indolenza, di pigrizia, di inettitudine — insomma, di buonannullaggine, etimologicamente in perfetta linea. Ma la piega che infine prende verso la perfidia è netta.
La nequizia è iniquità, inclinazione maliziosa, malanimo, crudeltà, perfino empietà. E, con un simpatico tropo, anche l’azione relativa, compiuta con tale spirito.
Quindi posso parlare della nequizia mostrata dalla persona con cui collaboravo, che si è rivelata pronta a ogni doppiezza e bassezza, della nequizia della persona di potere, pronta a passare sopra a tutto e tutti per il proprio tornaconto, delle nequizie raccontate sui manuali di storia che non si ritrovano sui giornali coevi, o di come lo zio consideri una nequizia servire il vino in bicchieri di plastica.
Lo sentiamo: ‘nequizia’ è un termine alto. Potremmo scambiarlo con sinonimi di taglio piccolissimo, spicci come pochi altri — con la cattiveria. Potremmo scambiarlo con sinonimi più precisi e taglienti — con l’iniquità, con la crudeltà. Potremmo scambiarlo con sinonimi più chiari e maestosi — con la malvagità stessa. Ma la nequizia (come ogni parola, del resto), offre una miscela unica di caratteri molto rilevanti.
È globale, investe il valore intero di una persona o di un atto, senza discernere sottigliezze. È spassionata, come è tipico delle parole auliche — un carattere particolarmente utile, quando si parla di caratteri e azioni che inevitabilmente accalorano. Inoltre ha un suono rapido e stretto, senza magniloquenze. D’altro canto, la sua ricercatezza le garantisce il massimo nella serietà e nell’ironia.
È una parola spendibile perché accessibile: usarla è più difficile che capirla, ma è solo una questione di consuetudine.