Pudibondo

pu-di-bón-do

Che ha o mostra grande pudore

voce dotta recuperata dal latino pudibundus, derivato di pudère 'vergognarsi'.

Il suffisso '-bondo' ('-bundus' in latino) lo troviamo in un manipolo di aggettivi molto interessante. Non sono gli aggettivi che usiamo più spesso (anzi alcuni sono proprio desueti), ma siedono nella nostra immaginazione prendendosi uno spazio decisamente comodo. Poche volte usiamo 'meditabondo', ma con che vivacità ce lo figuriamo, lì, seduto, tutto fronte, tutto naso? Anche se non parliamo spesso di 'nauseabondo', che forza evocativa esercita, che disagio ci dà alla faringe? E l'errabondo, il furibondo, il tremebondo? Ebbene, questo suffisso ha un tale potere perché ci dipinge, in un aggettivo, la qualità di un atteggiamento proprio, ricorrente, tipico. Insomma, è un suffisso immaginifico perché (esagero un po') crea caricature che portano in giro il loro tratto.

Il pudibondo, lo acchiappa al volo anche chi legge questa parola per la prima volta, ha a che fare col pudore: con quel '-bondo' ci descrive chi ha, o semplicemente mostra, giusto un sentimento di pudore forte, di modestia, di verecondia. Ora, non mancherebbero sinonimi che d'acchito possono sembrare perfetti: in che cosa si dovrebbe differenziare il pudibondo dal pudico? Be', appunto nel suffisso. Il pudibondo ci si presenta nell'atto dell'essere pudico, in una vergognosità plastica, che si presta fin troppo bene all'ironia. Se dico che l'attacco dell'oratore alla conferenza è stato pudibondo, intenderò che c'era dell'affettazione, un certo studio nell'essere dimesso; via via che ci conosciamo le piccole pose pudibonde vanno in frantumi con piacere; e chi è stato determinante per il successo dell'impresa, con sottile sprezzatura, minimizza pudibondo il proprio contributo.

Non è la parola più comune, ma s'intende bene, né mancano le occasioni per usarla; ma soprattutto è colorita e concettualmente fine.

Parola pubblicata il 23 Settembre 2018

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