Quinconce

quin-cón-ce

Significato Disposizione geometrica di cinque punti come il cinque sui dadi; disposizione di alberi e oggetti sfalsati su file parallele

Etimologia voce dotta recuperata dal latino quincunx, nome di un’antica moneta, letteralmente ‘cinque dodicesimi’, composto di quinques ‘cinque’ e uncia ‘dodicesimo’.

Il cinque rappresentato sui dadi a sei facce. È di questa disposizione geometrica che parla il quinconce: quattro punti ai quattro angoli e uno al centro. Ma la sua storia è complessa, e ci farà toccare la silvicoltura, la numismatica, oltre a chiederci qualche puntatina in giro per il mondo.

Quinconce deriva dalla moneta latina denominata quincunx; fu una moneta di bronzo fuori standard, coniata solo durante la seconda guerra punica (218-204 a.C.), del valore di cinque dodicesimi di asse (celebre, modesta moneta di cui l’uncia è il dodicesimo) — ma evidentemente ha avuto un certo fascino.

In quasi tutte le fonti troviamo l’affermazione che su ogni quincunx erano riportati cinque globi disposti come il cinque dei dadi, a segnalarne il valore. Di qui, si dice, il significato geometrico. E però è un punto che lascia qualche ombra.
Se è vero che cinque globi c’erano, scorrendo i cataloghi di numismatica è difficile trovarli disposti in quel modo. Ad esempio, sono spesso disposti in fila nei quincunx coniati a Capua, così come in quelli coniati a Larinum (Larino), dove anzi sono spesso in esergo (nelle monete, uno spazietto separato dall’immagine principale). Mentre in alcune di quelle coniate a Luceria i cinque pallini si trovavano ammucchiati fra due bracci di una croce, o meglio due raggi di una ruota (che nelle immagini che seguono, del Classical Numismatic Group, potremmo immaginare ruotati di 45°).

Forse è questo incrocio, questa X — che ha cinque punti rilevanti, nelle estremità delle linee e nel punto in cui incidono (unita al valore monetario delle cinque once) — ad aver invitato l’astrazione del quinconce. Non è difficile immaginare un incrocio, nell’unione dei puntini del cinque del dado.

Già in latino, oltre al significato di cinque dodicesimi, era un termine che poteva indicare la disposizione di piante — peraltro ritenuta particolarmente elegante, da giardino persiano. Si tratta di uno schema che, riprodotto a tappeto, finisce per descrivere una disposizione delle piante sfalsate su linee parallele: basta pensare di aggiungere punti al cinque del dado, continuando con nuovi centri e nuovi vertici. Il risultato è molto diverso da quello di una disposizione tabellare su righe e colonne parallele.

Ma non solo. Questa suggestione può essere estesa a descrivere disposizioni analoghe, ad esempio quelle di bottiglie che non siano allineate in modo tabellare, che disposte su file successive in cui ciascuna bottiglia finisce nel cavo formato dalle due bottiglie della linea precedente, ottimizzando gli spazi. Guardandole dall’alto, vedremo sempre ‘cinque’ di dado. Ma si può anche parlare della decorazione musiva a quinconce che abbellisce un pavimento, in cui un cerchio centrale è arricchito da quattro occhielli esterni, delle quinconce dei fiori a quattro petali, come anche delle della quinconce del castelletto circondato da un quadrato di mura con torri a ogni angolo. (Va notato che è invariabile, e il genere, che in latino era maschile, in italiano non è fissato e può essere quello che si preferisce.)

Si tratta di una forma universale, di bellezza e pienezza immediata: la troviamo nella profonda simbologia delle antiche popolazioni messicane (il cinque fiori o la croce di Quetzalcóatl) così come nella disposizione dei templi Khmer di Angkor Wat in Cambogia, ed è il centro simbolico del dieci sacro pitagorico, la divina tetraktýs. Se è un caso, è stupendo che sia noto perché sta sui dadi.

Parola pubblicata il 06 Gennaio 2021