Sguincio

sguìn-cio

Obliquo, sbieco, sghembo

dal francese antico guenchir, che viene dal francone wenkjan 'andare di traverso'.

Come negli anni abbiamo avuto modo di vedere, nella lingua il retto e l'obliquo sono concetti fondamentali, fertili di implicazioni semantiche come pochi altri. Si contrappongono come il bene e il male, il trasparente e il malizioso, il diretto e l'indiretto, l'apollineo e il dionisiaco - e per significare tutta la vitalità (spesso scura) dell'obliquo la lingua ha apparecchiato una notevole quantità di parole. Sguincio è una di queste, anzi è una delle più espressive, a un tempo incisiva e buffa (il suono, il suono...!).

Si può dire sguincio tutto ciò che è appunto obliquo, sbieco, sghembo; in particolare, questo termine viene usato in locuzioni come 'di sguincio', 'a sguincio': guardo di sguincio l'amico facendogli intendere che è meglio se non prosegue con la sua concione; il cuoco taglia a sguincio la pasta per conferire un che di rustico al suo piatto; e con nonchalance mi infilo di sguincio in cima alla fila del buffet.

Ciò che viene fatto di sguincio o a sguincio non è diretto, evidente, pulito: implica una certa copertura, o una certa grossezza. Il che rende questa parola una risorsa ironica di valore pronto e spendibile.

Parola pubblicata il 18 Luglio 2016

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