Solecchio

so-léc-chio

Significato In espressioni come ‘fare’ o ‘farsi solecchio’, ripararsi gli occhi da una luce del sole troppo intensa con la mano aperta al sopracciglio

Etimologia dal latino sol ‘sole’, attraverso l’ipotetico diminutivo del latino parlato soliculus

L’italiano ha una matrice letteraria: la sua storia come lingua della letteratura italiana precede di molto quella come lingua del popolo italiano. Questo però non significa che la lingua italiana, anche nella sua fase letteraria, non sia stata permeabilissima a splendidi usi popolari, in cui troviamo un’autenticità poetica che con mezzi più raffazzonati non è facile raggiungere.

Farsi schermo dai raggi del sole con la mano, coprirsi gli occhi da una luce troppo forte, proteggersi da un sole vivo con la mano aperta al sopracciglio: sono descrizioni lente, in cui si affastellano dettagli, non sempre trasparenti, con un profilo quasi inevitabilmente libresco. E questo è drammatico, perché l’azione che indicano invece è fra le più immediate, letteralmente. È un’azione che, quando la facciamo, non si pensa mai — e che però è rilevante, anche perché quando la fanno altre persone si nota sempre.

Fare o farsi solecchio indica precisamente questa azione. In assoluto, senza specificazioni, indica proprio il ripararsi la vista dal troppo della luce del sole con la mano alla fronte — se munita di specificazioni, invece, ci può dire con che cosa ci si riparicchia. E la sintesi è formidabile, perché ‘solecchio’ è un grazioso diminutivo di ‘sole’ (anzi di sol, attaverso un ipotetico latino parlato soliculus): è più o meno fare, farsi solicino. Non che a farsi tettoia col palmo si piombi nell’ombra dell’indistinguibile, ma si ingentilisce, ingracilisce una luce muscolare che abbàcina — rendendola giusta, gradevole, come quando ce ne stiamo al solicino d’equinozio.

Così posso raccontare del tizio arrivato nella piazza del paese e che guarda a destra e manca facendosi solecchio, delle batterie di turisti che nel punto panoramico si fanno solecchio tutt’insieme, che pare stia passando il generale, o dello zio che dopo un pranzo ben innaffiato ha cura del proprio abbiocco in sdraio facendosi solecchio col cappellone di paglia della zia, o con le fronde del lauro.

È un termine profondamente narrativo. Proprio l’immediatezza facilissima dell’azione tende a escludere che sia qualcosa di cui solitamente ci si attarda a parlare; ma proprio per questo, è un gran bel valore avere un’espressione che non tiri forzutamente in ballo coperture, protezioni, difese, ripari da una fonte di luce, e che invece positivamente possa cogliere — in un attimo — il senso intero dell’azione non in un movimento articolato, quasi ragionato, ma nel risultato stupendo di un ingentilimento del sole.

Parola pubblicata il 25 Settembre 2021