Temps
Dialetti e lingue d'Italia
tèmps
Significato Lingua: catalano di alghero — Tempo
Etimologia derivato dal latino tempus, con mantenimento della ‘-s’ finale anche al singolare.
- «No tenc temps, n'he d'anar a treballar» 'non ho tempo, devo andare a lavorare' (frase in catalano di Alghero)
Parola pubblicata il 20 Aprile 2026 • di Carlo Zoli
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.
Oggi, per raccontare del fantasmagorico mosaico delle lingue d’Italia, usiamo una parola del lessico fondamentale che più fondamentale non si può. E la prendiamo dal catalano di Alghero: certo, perché ad Alghero si parlava, e ancora si parla, in una parte della popolazione che vive nel centro storico, catalano. Il catalano, si sa, è la lingua della Catalogna, portata ad Alghero dai conquistatori che nei libri di storia si chiamano ‘Aragonesi’.
Temps è parola davvero poco originale quanto al 'tipo': 'tempo' si dice dappertutto tempo, con poca variazione tipologica; è però una di quelle parole-spia sulla storia (fonetica) di una lingua, perché, insieme a corpus e a volte a pectus ('petto') è una delle forme specialissime che mantengono la -s finale anche al singolare, almeno in alcune lingue neolatine. In catalano 'corpo' si dice cos, e questo fenomeno si vede anche in inglese in parole di origine francese come tense (‘tempo verbale’: non fate caso alla -e, è scritta per una delle tante stramberie dell'ortografia inglese, ma non si legge) e corps (quello dei Marines — qui invece non si legge la -p-!) che conservano questa -s alla fine.
Al momento di dover scegliere, per scrivere la legge di tutela, quali parlate italiane erano 'lingue' e quali ‘dialetti’, si sono adottati vari criteri, piuttosto complessi e opinabili, e mai realmente dichiarati esplicitamente. Per le ‘alloglossie’, cioè le zone abitate da gente arrivata da fuori (in tempi storici) che hanno conservato da noi la lingua di una 'terra straniera'… il problema non si poneva: il catalano, anche se lingua neolatina, è appunto un'alloglossia (ce ne sono poi di matrice germanica, slava, greca, albanese). Ma per le parlate autoctone, nate e sviluppatesi in Italia, quali sì e quali no? Rischiando come al solito una condanna per iper-semplificazione, diciamo che sono state considerate 'lingue' (e quindi tutelate dalla legge) quelle che hanno conservato le -s finali latine, essenzialmente nel plurale e in certe forme verbali.
Il criterio per distinguere lingue e dialetti non è stato, quindi, quello della differenza stutturale e grammaticale con l’italiano. La cosa più straordinaria per il linguista, e che dovrebbe essere fatta conoscere anche al pubblico più vasto di persone colte, è che i dialetti italiani sono una miniera di particolarità grammaticali che li rendono una palestra di studio quasi unica al mondo per chi prova a capire come funzionano le lingue (e quindi in ultima analisi una parte importante del cervello o del sistema cognitivo umano). Càpita non di rado che una certa proprietà grammaticale sia considerata impossibile… e poi viene fuori che invece è presente in un remoto dialetto italiano. E questo rende i nostri dialetti un patrimonio unico, degno di studio ma anche di tutela, e di trasmissione alle nuove generazioni. Se questi dialetti si perdono non si perde solo un’identità, la continuità di una storia e di un territorio, ma proprio una conoscenza scientifica che è non replicabile in nessun modo e va persa per sempre, come una specie animale che s’estingue.
Sentiamo Michele Loporcaro, dialettologo raffinatissimo e professore ordinario a Zurigo, che ci dice, ad esempio: «[il dialetto di Ripatransone in provincia di Ascoli] ha una caratteristica tipologica che – a quanto ci risulta – non è mai stata descritta prima e non è presente in nessuna lingua del mondo». E se non risulta a Loporcaro ci si può fidare. Vediamo qual è: per alcuni costrutti e per alcune combinazione verbo + oggetto, tra cui ‘([non] avere tempo’ come nella frase dell’esempio) a Ripatransone si dice qualcosa come ‘non hO tempO’ (‘n ci aju tiembu) se parla un uomo, ‘non hA tempA’ (‘n ci aje tiembe) se parla una donna, ‘non hE tempE’ (‘n ci aja tiemba) se parlano più donne, eccetera. Nel dialetto della campagna intorno a Ripatransone il sistema è ancora più estremo, colpendo anche i complementi di luogo: se parla una donna, dirà qualcosa del tipo vado 'vaja a Roma' ma se parla un uomo dirà 'vaju a Romu'!
Ora, voi capite che è difficile dire che una lingua del genere è una ‘variante di italiano’, anche se è vero, ovviamente, che la lingua scritta, di cultura, dei contesti formali, a Ripatransone come ad Ascoli come quasi dappertutto così in Italia, è l’italiano.
Un po’ per l’oggettiva difficoltà che si sarebbe avuta: scegliere queste differenze strutturali e grammaticali come criterio per la legge avrebbe portato al riconoscimento di...30? 300? 3000? lingue diverse. Non sto tirando numeri a caso: a seconda del criterio scelto si arriverebbe a numeri del genere. E un altro motivo è che questi studi su dialetti minori, finora poco documentati o del tutto sconosciuti è avvenuto in gran parte negli ultimi decenni. E il tempo scorre inesorabile, le nuove generazioni quasi mai apprendono nativamente queste parlate, e bisogna affannarsi almeno a documentarle e descriverle scientificamente finché si è in temps / tempus / tiemb...i.