Eroe

e-rò-e

Significato Essere metà umano metà divino; chi affronta le difficoltà con coraggio e sacrificio di sé per un ideale o per prestare soccorso; personaggio principale di un’opera letteraria

Etimologia voce dotta recuperata dal latino heros, prestito dal greco héros.

Subiamo l’esposizione al concetto di ‘eroe’ fin dall’infanzia, e sembra proprio una categoria imprescindibile della nostra cultura. Ma è una di quelle parole del tutto positive che restano felicemente sfocate, tanto da far venire il dubbio: dietro a tutte queste nuvole che l’avvolgono c’è una terra solida di significato? O l’eroismo è una nuvola di impressioni e usi retorici?

Un nocciolo chiaro e saldo c’è, messo a fuoco a una certa distanza: è quello antico.
Non ci stupisce che questo concetto risalga alla cultura greca — alla parola greca héros. In questo contesto la qualità eroica aveva un tratto genetico, lo stato di semidivinità, l’aver per padre o madre una divinità maggiore o minore. Uno stato che naturalmente invita grandi imprese letteralmente sovrumane.

Così è tutto chiaro, ma forse è un po’ poco: cerchiamo di capirci qualcosa di più sbirciando più indietro, dove non si distingue bene. Da dove salta fuori quel héros?
Platone diceva nel suo Cratilo, con la simpatica disinvoltura etimologica dell’antichità, che héros derivava da eros. Dopotutto l’eroe non ha come primo motore l’amore? (E la risposta più corretta, nel contesto antico, è senz’altro no: gli eroi sono mossi da livore, orgoglio, avidità, ambizione, ricatto, vendetta e amenità simili.) Il problema è che anche al giorno d’oggi le idee chiare circa da dove salti fuori l’eroe non le ha nessuno: c’è chi lo fa risalire a una radice indoeuropea ricostruita come ser-, che parla di un concetto di protezione, c’è chi lo vuole parente del vir latino e del virá sanscrito, partendo dalla radice indoeuropea ricostruita wi-ro- col significato di ‘uomo’ (il che centra anche la tradizionale mascolinità dell’eroe). Un’altra ipotesi avanza la possibilità di una derivazione dal substrato pre-ellenico, cioè da perdute lingue greche preistoriche, precedenti alla diffusione del ceppo indoeuropeo, a cui si ipotizzano riconducibili non pochi nomi di divinità, di luoghi, di strumenti e piante di un mondo agricolo primigenio.

Con questo cesto di dubbi possiamo tornare verso i nostri tempi, ma fin quasi al secolo scorso la campagna che vediamo ai lati della strada non cambia: l’eroe conserva in maniera praticamente inevitabile il nesso con un tratto mitico, o più ampiamente epico, o quantomeno letterario (diventa anche in genere il protagonista), continuando a incarnare valori essenzialmente bellici. Al massimo si estende al martire cristiano, ma capiamo che si tratta di un’estensione protocollare.

Avvicinandoci al Novecento, invece, s’iniziano a sentire dei discorsi noti. Alfredo Panzini, nel suo dizionario del 1905, scriveva che il vocabolo ‘eroe’ veniva «prodigato con una generosità singolare», e ai suoi tempi notava questo: «Uno che salva a nuoto un suo simile; un pompiere che spegne un incendio; un vigile che arresta un malfattore possono facilmente essere proclamati eroi». Evidentemente l’uso si è assestato, perché è ancora attuale a centovent’anni di distanza.
L’eroe dismette gradualmente non solo i suoi panni divini, ma anche quelli militareschi. Il suo coraggio si accomoda in una posizione civile, la sua generosità e il suo sacrificio di sé si normalizzano su atti lavorativi e di soccorso non epici, o la cui dimensione epica è sforzata, di retorica stanca — e perciò, quale encomio dato a tappeto per un’adesione a un modello civile, perde forza e contorni.

Magari vi riconosciamo da fuori un’abnegazione straordinaria, che spesso però è vissuta come un’ordinaria dedizione. Soprattutto (ed è un uso evidente) si fa anche termine di narrazioni ipocrite con cui il potere plaude al confronto con difficoltà di cui è spesso concausa. Scuola e sanità, a leggere i giornali, pullulano di eroi ed eroine — ma farebbero a meno dell’eroismo con contratti e organici migliori.

Che il moderno concetto d’eroe si presti agli esiti oppiacei di un’esaltazione ambigua e pericolosa si legge anche in un battesimo di fine Ottocento, quando la Bayer registrò il nome euforico di un alcaloide alternativo alla sonnolenta morfina — l’eroina.
Eppure nella nostra pancia resta la percezione di qualcosa di magnetico e ineffabile, di nobile e soprattutto di reale, in questa categoria: nonostante tutti i suoi limiti, continuiamo a usarla inevitabilmente e intimamente per dare forma ai nostri pensieri, per rappresentarli.


Coraggio, Drogo, questa è l’ultima carta, va’ incontro alla morte da soldato e che la tua esistenza sbagliata almeno finisca bene. […] Nessuno ti chiamerà eroe o alcunché di simile, ma proprio per questo vale la pena. […]

Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

D. Buzzati,Il deserto dei tartari”

Traditore infingardo! Ci fai sospirare la battaglia per duecento pagine e poi l’eroe muore di vecchiaia in un’osteria, mentre i suoi compagni combattono i tartari fuori scena? Ma che razza di finale è? Questo pensa l’indignato lettore, senonché proprio allora lo coglie un sospetto: che in questa conclusione qualcosa non torni. Che sia, addirittura, una specie di lieto fine mascherato.

In effetti Drogo è l’unico che capisce i veri termini della questione, mentre gli altri stanno ancora a giocare coi cavallucci e le bandierine. La sua è l’unica battaglia che valga la pena di considerare: quella contro la morte in persona. Ed è qui che viene fuori il vero eroismo secondo Buzzati, ossia un ideale fatto di tre paradossi.

Primo: l’eroe si riconosce dal fatto che nessuno sa che lo è. Le sue battaglie avvengono nel silenzio: sono quelle scelte sofferte che svoltano un’esistenza o che giorno per giorno le danno forma, come tanti colpi di spada. E la sua medaglia è il sorriso che gli affiora sulle labbra, nel buio; lo stesso che segna la vittoria di tanti eroi buzzatiani, dal re degli orsi al “borghese stregato”.

Secondo: l’eroe è colui che non può vincere. Drogo sa bene che non può sconfiggere la morte, allora perché prendersi il disturbo di darle battaglia? Il suo coraggio non sarà uno scherzo della fantasia? In effetti molti eroi buzzatiani sembrano degli illusi, dei matti perfino, eppure i loro vaneggiamenti hanno un fondo di verità: l’uomo è più grande di ciò che lo distrugge. Si può schiacciare come un guscio di noce, ma dentro ha qualcosa di stranamente forte e prezioso, forse perfino di immortale. Perciò la sua grandezza può brillare proprio nella massima fragilità, riuscendo anche a rovesciare le sorti di una battaglia persa in partenza.

Terzo: l’eroe è colui che non desidera esserlo. Drogo passa tutta la vita a sognarsi nei panni dell’eroe, eppure lo diventa proprio quando decide di essere solo se stesso, Giovanni. Ma di esserlo fino in fondo, stando di fronte al compito che l’attimo presente gli richiede. La virtù del cavallo, diceva Aristotele, è correre bene; dunque virtù significa essere al meglio ciò che si è, anche se è povera cosa. In altre parole “riuscire a essere te stesso, con tutte le stupidità attinenti ma autentico, indiscutibile”, tanto che di te si possa dire: “Questo è l’uomo, uno dei tanti se volete, ma uno” (da In quel preciso momento).

Parola pubblicata il 03 Febbraio 2022

Dino Buzzati, le parole e i disegni - con Lucia Masetti

Celebriamo il cinquantesimo anniversario della morte di Dino Buzzati, scrittore, pittore, giornalista — uno degli autori che amiamo di più — con una settimana di pubblicazioni a tema, col patrocinio dell’Associazione Internazionale Dino Buzzati.