Martire

màr-ti-re

Significato Cristiano dei primi secoli che testimoniava la propria fede sopportando persecuzioni e morte; chi si sacrifica per un ideale; chi sopporta con rassegnazione dolori e sofferenze

Etimologia voce dotta recuperata dal latino ecclesiastico martyr, prestito dal greco ecclesiastico mártys ‘testimone’.

Quella del martire nasce come figura religiosa, che però nell’uso si secolarizza, e scende negli angiporti della vita quotidiana, delle iperboli, dell’ironia.

Il termine mártys (o la sua variante mártyr) è transitato dal greco ecclesiastico al latino ecclesiastico martyr, da cui l’italiano lo ha recuperato come voce dotta. Ebbene, appena viene tirato in ballo ci si accalcano crude immagini antiche e moderne, ma il suo nocciolo di significato ha una forza pacifica: ha il senso letterale di ‘testimone’, e può quindi coinvolgere una sfera forense — ma in particolare, qui, è ‘testimone della fede’. Con bellezza semplice, si rifà a una radice indoeuropea che racconta un ‘ricordare’.

Infatti la prima figura che ci si profila intorno a questa parola è quella della persona che ha testimoniato la propria fede cristiana anche davanti a persecuzioni, torture e morte — e questo è il primo senso con cui viene recuperato nel Duecento. Una figura che sfida la sofferenza per non recedere da un’affermazione del proprio credo, e che trova nella morte la sua palma; nella prima epoca cristiana questo titolo aveva un’esattezza che lo portava ad essere attribuito solo a chi trovava la morte nella sua testimonianza — mentre chi testimoniava sopravvivendo alla persecuzione prendeva quello di ‘confessore’.

In realtà ben presto questo termine, una volta ripreso in italiano, si sposta in genere su chi soffre e si sacrifica per un ideale, per una missione, e anche su chi sopporta dolori e ingiustizie. Possiamo parlare di come Giordano Bruno sia stato martire del libero pensiero, dei martiri della democrazia uccisi durante la conquista del potere di Mussolini, di come chi manovra una causa nell’ombra racconti la morte di un criminale come di un martire, o quella di un martire come di un criminale; ma anche della coppia di martiri che si fa carico delle esigenze di tutta la famiglia, dello zio che al pranzo di Natale vede gli altri tracannare i suoi vini senza un apprezzamento, con pazienza da martire — fino a quando faccio il martire per aver portato fuori la spazzatura.

È un termine pesante, penetrante, proprio per la sua ascendenza. Fuor di ironia, chiamare martire chi non si risparmia dà al motivo del suo sacrificio una dimensione religiosa — col rischio di santificare non il santo, ma il conveniente.

Parola pubblicata il 11 Agosto 2021