Impastocchiare
im-pa-stoc-chià-re
Significato Inventare e raccontare fandonie, pretesti o ragioni confuse per ingannare qualcuno o trarsi d’impaccio
Etimologia derivato di pastocchia ‘frottola, fandonia’, con in- e -are; pastocchia è ricondotto a pasto nell’antica locuzione dar pasto, ‘raggirare, ingannare’.
Parola pubblicata il 27 Agosto 2026

Impastocchiare è una parola che sembra portarsi l’etimologia scritta in faccia e invece, con ironica coerenza rispetto al proprio significato, ci inganna. A sentirla vengono subito in mente un impasto venuto male, mani che rimestano una massa appiccicosa, e per inevitabile attrazione, impastrocchiare e pasticciare. La sua storia, però, non ci conduce nell’impasto ma a tavola: dentro impastocchiare c’è una pastocchia e dietro la pastocchia, sorprendentemente, un pasto.
Pastocchia, documentata come il verbo sin dal 1612, indicava infatti un’invenzione escogitata a scopo di falsificazione o d’inganno e nasce dall’antica espressione (dar) pasto, che significava «darla a intendere», con l’aggiunta di un suffisso peggiorativo. Il pasto, dal latino pastum, è naturalmente ciò che si dà da mangiare — siamo nella stessa famiglia di pascere e pastura — e non è difficile intuire il movimento metaforico: si prepara qualcosa perché l’altro lo inghiotta.
L’immagine ci è meno estranea di quanto possa sembrare di primo acchito. Una storia possiamo bercela, una spiegazione possiamo non riuscire a digerirla, una menzogna può essere troppo grossa da mandar giù. L’ingannatore assurge qui a cuoco di leccornie verbali, mentre all’ingannato spetta la parte meno gloriosa del commensale che, magari diffidente, finisce nondimeno per assaggiare l’intruglio.
L’impastocchiatore allestisce pertanto una congerie di scuse, narrazioni ed escamotage logici non già volti a persuadere per intrinseca solidità, bensì a farsi assimilare quanto basta per narcotizzare l’altrui acume, lasciandolo infine sazio di parole ma digiuno di verità. E qui emerge la sfumatura che distingue questo verbo dalla numerosa e pittoresca compagnia dei suoi sinonimi. Mentire esibisce una perentorietà asciutta, manifestandosi nella deliberata asserzione del falso. Ingannare è più vasto e non richiede nemmeno il linguaggio: si inganna con un travestimento, una carta truccata, una falsa impressione. Raggirare aggiunge l’idea di una manovra astuta con cui si porta qualcuno dove si vuole; abbindolare ha qualcosa di più disinvolto e seduttivo, quasi l’abilità di intortare – altro verbo, guarda caso, culinario – un interlocutore abbastanza ingenuo da lasciarselo fare. Infinocchiare è più popolare, apertamente canzonatorio, e mette in primo piano la vittima che ci è cascata.
Impastocchiare, invece, concentra per l’appunto l’attenzione sul materiale dell’inganno e sul modo in cui viene confezionato: non la menzogna nuda, bensì il miscuglio di ragioni capziose con cui la si ammanta di plausibilità. Chi impastocchia rifugge la concisione. Alla semplice domanda “Perché non mi hai richiamato?” non risponde con un secco “me ne sono dimenticato”, ma comincia dalla batteria scarica, passa per una riunione interminabile, introduce un imprevisto familiare, recupera una notifica che giura di non aver visto e, mentre parla, aggiusta qua e là la consistenza del composto. Non è necessario che ogni ingrediente sia falso; anzi, le pastocchie migliori contengono probabilmente una buona dose di verità.
Manzoni aveva colto perfettamente questa qualità quando, nei Promessi sposi, fa dire a Renzo, appena uscito dall’inconcludente colloquio con don Abbondio, che il curato gli ha «impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire». L’uso è magnificamente preciso: don Abbondio non oppone a Renzo una menzogna semplice e compatta, che proprio per la sua nettezza potrebbe essere verificata e smentita, ma gli somministra una congerie di impedimenti, formalità e mezze spiegazioni, abbastanza intricata da impedirgli di capire che cosa stia realmente accadendo. Don Abbondio, insomma, parla molto proprio per dire il meno possibile: e difficilmente si potrebbe trovare una dimostrazione migliore di che cosa significhi impastocchiare qualcuno.
Oggi questo verbo si è ingiustamente rarefatto nell’uso, ed è un peccato, perché la sua riscoperta ci restituirebbe uno strumento di notevole precisione. Potremmo riesumarlo senza affettazione tanto davanti alle pirotecniche pezze d’appoggio di chi cerca di giustificare un ritardo quanto dinanzi a certe fumose edulcorazioni della retorica pubblica contemporanea: occasioni, a ben vedere, in cui di pastocchie da mandar giù ce ne vengono servite ancora parecchie.