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Digiuno

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di-giù-no

SignCome aggettivo, che non ha mangiato da un certo tempo, privo, sprovvisto; come sostantivo, astensione dal cibo

l'aggettivo è dal latino ieiunus 'digiuno', ma anche 'sterile, arido'; il sostantivo deriva da 'digiunare', che è dal latino ieiunare.

Curiosità etimologica: stiamo parlando di due parole, un aggettivo (per l'esame del sangue, presentarsi digiuni) e un sostantivo (osservo il digiuno un giorno a settimana); ma mentre l'aggettivo deriva direttamente dall'omologo latino ieiunus, il sostantivo rinasce per derivazione dal verbo 'digiunare', in maniera indipendente rispetto all'omologo sostantivo latino ieiunium.

Il concetto di digiuno è basilare: come sostantivo descrive l'astensione dal cibo, come aggettivo denota chi non ha mangiato per un certo tempo, più o meno lungo. Ha implicazioni vastissime, attagliandosi a pratiche religiose e mediche, alla condotta quotidiana e straordinaria, a situazioni volute e no, e suggerisce usi figurati versatili e incisivi. Infatti il digiuno diventa, come aggettivo, anche il privo, lo sprovvisto - specie da un punto di vista intellettuale: sono digiuno di storia asiatica, sono digiuno delle ultime novità cinematografiche. Come sostantivo, sconfina nel desiderio: dopo il lungo digiuno posso finalmente concedermi di giocare al mio amato videogioco, e dopo l'interminabile trasferta a digiuno si ritrova l'amato.

La quotidianità di questa risorsa non deve impantanarne il proteiforme valore.

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(Dante, Inferno XXXIII, vv. 67-75)


Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,

dicendo: "Padre mio, ché non m’aiuti?".


Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid’io cascar li tre ad uno ad uno

tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,


già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno.


Siamo ormai nell’ultimo cerchio dell’Inferno, dedicato ai traditori; e qui Dante dialoga con il conte Ugolino, condannato dai pisani a morire di inedia insieme ai figli. La conclusione, celeberrima, adombra un’ipotesi terribile: la fame potrebbe aver spinto Ugolino a divorare i suoi stessi figli. Dante non lo specifica, ma la struttura stessa del canto ci costringe ad immaginarlo; subito dopo la fine del racconto, infatti, Ugolino torna ad affondare i denti nel cranio dell’arcivescovo suo nemico.

Peraltro tutto il canto è percorso dal tema del cibo, in una duplice accezione. Nelle terzine che precedono quelle riportate, i figli di Ugolino – con l’ingenuità eroica dei bambini – offrono le proprie carni al Padre, per alleviarne la fame.

Per loro dunque il cibo è legato al tema della condivisione, dell’offerta, che richiama il sacramento dell’eucarestia: e non a caso l’esclamazione di Gaddo (“Padre mio, perché non mi aiuti?”) riecheggia l’ultima frase di Cristo sulla croce.

Al contrario, Ugolino rappresenta il puro atto del divorare, che riduce ad una condizione bestiale. E lo stesso gesto è proprio del demonio, che mastica eternamente i corpi di Giuda, Bruto e Cassio.

Sappiamo bene che, per l’uomo, il mangiare è un atto culturale e non solo naturale: perciò Dante lo prende ad emblema di due diverse modalità di rapporti umani. Da un lato l’amore, che pensa anzitutto al bene dell’altro, e vede il cibo come nutrimento per la vita. Dall’altro l’odio, che pensa solo a consumare e distruggere, facendo del mangiare un atto di morte.

Dunque, dietro Ugolino possiamo intravedere concetti attualissimi: la guerra, soprattutto, ma anche il consumismo, o lo sfruttamento sconsiderato dell’ambiente. Tutte forme di un “divorare” che non lascia nulla alle generazioni nuove. Infatti Ugolino non risponde mai al grido dei figli, se non quando è troppo tardi. Abituato solo a prendere, non ha nulla da offrire loro: neppure la speranza.

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 19 Dicembre 2016

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