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Ghirlanda

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ghir-làn-da

SignCorona di fronde, fiori, erbe; cerchio

etimo incerto.

Ci sono persone che conosciamo a mezza vita e di cui non conosciamo il passato. Ma questo di rado è un ostacolo per capire chi sono. Questo vale per la parola 'ghirlanda'. Pare ci siano omologhi provenzali, pare possa scaturire dalla radice germanica che ci apparecchia anche il guarnire, ma l'etimologia resta incerta. E la bellezza della ghirlanda non ne soffre.

È un inteccio rotondo di fiori, di fronde, di erbe. Precede gli ornamenti metallici, e non pretende l'immortalità: viva e caduca, onora e addobba nel presente. Non è frivola come il festone, né è grave come la corona. Il suono stesso della parola ce la presenta come un oggetto vivace, in cui il senso di ornamento non vuole essere severo e pesante, ma fresco e schietto. Nella festa primaverile i bambini si adornano di ghirlande di margherite, carezziamo la ghirlanda di alloro posta sul cippo commemorativo, e per Natale intrecciamo una ghirlanda di biancospino. C'è un che di rituale, nella ghirlanda, che raccoglie il pregio desueto del serto, nel gesto delle mani che stringono steli e rami.

Inoltre, il tondo della ghirlanda passa a significare in genere il cerchio: una ghirlanda di mura cinge la città medievale, a vedere l'album di fotografie gli amici si stringono a ghirlanda, l'artista di strada ferma una ghirlanda di passanti.

Una parola che sposa freschezza e antichità.

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(A. Poliziano, Stanze per la giostra, Libro I, strofa 47)


Ell'era assisa sovra la verdura,

allegra, e ghirlandetta avea contesta

di quanti fior creassi mai natura,

de' quai tutta dipinta era sua vesta.

E come prima al gioven puose cura,

alquanto paurosa alzò la testa;

poi colla bianca man ripreso il lembo,

levossi in piè con di fior pieno un grembo.


Sarebbe difficile trovare un rappresentante più emblematico del Rinascimento: Poliziano – poeta prediletto di Lorenzo il Magnifico – unisce una freschezza semplice e graziosa, tipica della giovinezza, con una forma accuratissima, che attinge ad una secolare sapienza letteraria.

Ne risultano quadretti di grande finezza, che ricordano le pitture del Botticelli. Qui ad esempio ci descrive una fanciulla che, seduta sul prato (verdura) e avvolta in una veste fiorata, intreccia una ghirlanda di fiori. Accortasi della presenza di un giovane, Iulo, solleva la testa intimorita, e si alza tenendo i fiori raccolti in un lembo della veste.

La fanciulla è in realtà una nobile dell’epoca, Simonetta, mentre Iulo è l’alter ego di Giuliano, il fratello minore di Lorenzo. Poliziano quindi trasforma la corte in un Eden, dove natura e uomini si integrano armoniosamente: i fiori si intrecciano in ghirlande, e si riflettono nei decori della veste. In questo contesto l’amore è la suprema delle dolcezze, che affinando l’anima di Iulo lo conduce verso la perfezione.

Mi colpisce, però, un altro aspetto: l’umanissimo moto di paura della ragazzina. Questo infatti è una spia della fragilità soggiacente a tanta perfezione. Entrambi i giovani, peraltro, moriranno prima dei 25 anni. E non a caso l’opera successiva del Poliziano sarà la Favola d’Orfeo… un’altra storia che comincia con una fanciulla in un prato, dove però sta acquattato un serpente.

Eppure l’arte riesce, miracolosamente, a trasfigurare la fragilità dell’istante. Così ancor oggi Simonetta può guardarci con un fremito di squisita grazia, immutata come un diamante che si conserva nei secoli. Perché, come scrive Wilde, “La bellezza è l'unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia […] ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, un possesso per tutta l'eternità.”

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 05 Marzo 2018

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