Lacrima

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là-cri-ma

SignGoccia di umore secreto da ghiandole apposite per lubrificare l'occhio; goccia, stilla

dal latino lacrima, di origine indoeuropea.

Questa non solo è una parola semplice e comune, ma è una parola basilare: continuiamo a ripeterla identica da millenni - uguale in latino, uguale in greco, emerge da un inafferrabile substrato indoeuropeo, forte di quel fascino primitivo che hanno i nomi delle cose del corpo umano.

La goccia che stilla dalle ghiandole dell'occhio, e che lo bagna, e che riga la gota o che cade dal ciglio, è mossa da cause diverse: scende a pulire, a proteggere, è effetto di emozioni forti e opposte - dal dolore al riso. È alla base di un numero impressionante di modi di dire e di metafore consolidate, che ne abbracciano le cause, la dimensione e la forma: dall'ingoiare le lacrime, alle lacrime di coccodrillo, ai formaggi con la lacrima, al nonno che chiede giusto ancora una lacrima di cognac, agli orecchini con una lacrima di rubino.

Si tratta di un'eredità importante: la facilità del suo uso dà la dimensione di un terreno ideale davvero comune, su cui tutti sappiamo muoverci, e incontrarci.

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(Dante, Purgatorio V, vv. 100-108)


Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria finii, e quivi

caddi, e rimase la mia carne sola.


Io dirò ’l vero, e tu ’l ridì tra i vivi:

l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno

gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?


Tu te ne porti di costui l’etterno

per una lagrimetta che ’l mi toglie!”


Personalmente credo che questo sia l’episodio più bello della Commedia. Dante è ancora sulla spiaggia del Purgatorio, tra le anime che si sono pentite in extremis; e una di loro sta raccontando il proprio trapasso.

Ci troviamo quindi di fronte a un soldato morente, costretto a guardarsi dentro forse per la prima volta. Non sappiamo cos’abbia combinato, ma possiamo immaginarcelo. Il punto è che la sua vita è fallita: non ha costruito nulla di valore, semmai lo ha distrutto.

In quel momento gli torna in mente Maria; un nome che forse la sua mamma pronunciava con tenerezza, nelle preghiere della sera. E così, in un sussulto di affetto e rimorso, gli scende una lacrima. Una cosa talmente misera che il diavolo non ci fa neanche caso, finché un angelo non arriva a reclamare l’anima («l’etterno»).

Il diavolo è comprensibilmente irritato, e il suo disappunto esplode in un diminutivo sprezzante, «lagrimetta». Proprio questa, però, è la parola più commovente del passo, perché sottolinea la sproporzione tra la piccolezza del gesto e il suo enorme valore.

Quella lacrima contiene il più profondo desiderio umano: essere amati, accolti, perdonati. Un desiderio che, come spesso accade, rischia di passare inosservato. Ma ecco il colpo di scena: alla lacrima risponde un amore gigantesco, del tutto sproporzionato.

«La bontà infinita ha sì gran braccia / che prende ciò che si rivolge a lei» scrive Dante nel terzo canto. Perciò Questa «lagrimetta», agli occhi di Dio, scintilla come un diamante. È il “sì” di un figlio a lungo aspettato: un figlio per cui Dio stesso – forse – ha pianto.

La salvezza, insomma, non è questione di grandi gesta, ma di semplici istanti. Basta poco a riscattare un uomo; anche solo una lacrima, o un sorriso. Come direbbe il saggio Gandalf, eccentrico pronipote di Virgilio: «Sono le piccole cose che tengono a bada l’oscurità.»

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 16 Gennaio 2017

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