Stoviglie

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sto-vì-glia

SignInsieme di piatti, vasellame e recipienti usati in cucina e a tavola per servire le vivande

incrocio del latino medievale usitilia, alterazione del classico utensilia 'ciò che è utile ai bisogni', e usibilia 'materiali d'uso', derivato di uti 'usare'.

Quello delle stoviglie è un insieme che ci è particolarmente consueto: la stessa etimologia ce lo presenta come un incrocio di concetti che vertono sull'utilità, dando alle stoviglie che conosciamo oggi l'aura di una presenza costante, domestica - quali sono i bisogni a cui rispondono.

Per la precisione, sono stoviglie tutti quei recipienti, diversi per materiale (dalla ceramica al vetro al metallo) e per forma (dai piatti alle ciotole ai bicchieri) che sono usati, fra cucina e tavola, per servire le libagioni. È una parola normale, è una parola amica.

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(Guido Gozzano, La signorina Felicita, vv. 7-18)


E rivedo la tua bocca vermiglia

così larga nel ridere e nel bere […]

e gli occhi fermi, l'iridi sincere

azzurre d'un azzurro di stoviglia...

Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi

rideva una blandizie femminina.

Tu civettavi con sottili schermi,

tu volevi piacermi, Signorina:

e più d'ogni conquista cittadina

mi lusingò quel tuo voler piacermi!


Gozzano è un autore relativamente poco noto, ma di rilievo: il disincanto, l’ironia e la parodia della tradizione anticipano importanti sviluppi della letteratura successiva. Tuttavia, siccome non sono un critico letterario, posso dire che non è questo il motivo per cui Gozzano mi piace. Il vero motivo è che mi fa una tenerezza immensa.

È un giovane brillante, dalla promettente carriera; poi, a ventiquattro anni, gli viene diagnosticata la tisi, e a trentadue muore. Insomma passa otto anni con l’ombra della morte sulla testa, guardando il tempo correre via.

Così, per difendersi, cerca di ridurre i suoi desideri ai minimi termini. Le attività umane sono vane, gli ideali vuoti; meglio allora rifugiarsi nella letteratura, lontano da tutto e da tutti. L’anima si inaridisce, forse; ma, se non ama, non soffre.

Peccato che al cuore questo non basti. E lo vediamo bene in questa poesia, in cui Gozzano immagina di incontrare «la Signorina Felicita», la sua personale immagine della felicità. È una donna di campagna, sana e serena, l’emblema di ciò che lui non potrà mai avere. Ed è una donna «quasi brutta», che rompe tutti i cliché letterari: ha una bocca «vermiglia» ma «larga», abituata a risa e bevute. I suoi occhi sono azzurri come una «stoviglia», e per di più sono «fermi», privi di profondità intellettuale.

L’aulico, quindi, cozza comicamente con il volgare; ma, al di là del gioco parodistico, c’è un desiderio vero.

Gozzano può ironizzare quanto gli pare: in fondo ciò che desidera è un amore sincero, che gli faccia sentire di valere qualcosa. Vuole appartenere a una persona, a un luogo; e vuole gustare la vita nelle sue gioie più piccole e concrete.

Tutti gli uomini vogliono essere felici, non si scappa. E Gozzano, nel suo tono scanzonato, ci sta facendo una domanda molto seria. Dov’è, caro lettore, la tua signorina Felicita?

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 20 Febbraio 2017

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