Drago
Radici indoeuropee
drá-go
Significato Mostro immaginario che ha la forma di un gigantesco rettile e che sputa fuoco
Etimologia dal latino dracō, genitivo dracōnis, prestito dal greco δράκων drákōn, genitivo δράκοντος drákontos, ‘serpente (mostruoso), drago’.
- «Quando si arrabbia diventa un drago.»
Parola pubblicata il 30 Maggio 2026 • di Erica Fratellini e Matteo Macciò
Radici indoeuropee - con Erica Fratellini e Matteo Macciò
Con Erica Fratellini e Matteo Macciò, glottologi e indoeuropeisti, un sabato su due andremo alla scoperta delle radici indoeuropee delle nostre parole — là dove sono nati i miti, le prime tecnologie, i nomi degli animali e delle parti del nostro corpo. Un 'là' che è 'qua', così come la chioma e il ceppo sono nello stesso posto.
In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.
Per indagare l’etimologia dell’italiano drago dobbiamo partire dal greco antico δράκων (drákōn) ‘serpente, drago’, parola prestata al latino nella forma dracō, da cui è poi derivata la parola italiana.
δράκων è già nell’Iliade e significa propriamente ‘serpente’, in particolare un serpente di grossa taglia, come quelli mostruosi della mitologia. Generalmente, questa parola viene accostata alla radice protoindoeuropea *derḱ-, che si ricostruisce a partire da varie parole del campo semantico del ‘vedere’, in particolare del ‘guardare’ fisso e attento: tra le molte, greco δέρκομαι (dérkomai) ‘guardare, fissare’, sanscrito darś- ‘vedere’, antico irlandese derc ‘occhio’.
Dal grado zero di questa radice, *dr̥ḱ- (si veda il nostro articoletto alla voce apofonia), si è dunque formato il sostantivo *dr̥ḱ-ōn, con un suffisso nasale al quale, soprattutto grazie ai dati greci e latini, siamo in grado di attribuire una funzione piuttosto precisa: si usava per formare nomi propri o comunque sostantivi di referenti particolarmente individuabili (concederete che un drago non passa inosservato), alludendo a una loro caratteristica saliente: per esempio chi, nell'antico Lazio, si chiamava Catō (genitivo Catōnis) era, piuttosto letteralmente, ‘il furbone’ (da catus ‘acuto, intelligente, furbo’), e così anche l'animale detto *dr̥ḱ-ōn era… ‘il guardone’, o comunque ‘quello che guarda fisso’.
La motivazione del nome dev'essere stata lo sguardo paralizzante o letale attribuito al serpente: una credenza popolare di vasta diffusione e sicura antichità, divenuta un tema di lingua durata nella letteratura e nelle arti — qualcuno penserà alla Gorgone Medusa del canto IX dell’Inferno, qualcun altro (più colto) al basilisco di Harry Potter e la Camera dei Segreti—, ma, a dire il vero, assente, almeno in forma esplicita, dalle fonti greche. Non importa: a volte l’etimologia delle parole conserva allo stato fossile visioni del mondo ormai dimenticate allo stadio di lingua cui la parola appartiene.
In effetti l’etimologia (scientifica) apre la strada alle comparazioni mito-etno-antropologiche di più ampio respiro, e conduce fin dentro il testo letterario in modi spesso sorprendenti. Ma noi sappiamo che tra voi c’è chi si delizia dei diabolici dettagli della linguistica storica: sono quelli, dopo tutto, che rendono possibile l’etimologia scientifica. Oggi, quindi, facciamo di nuovo un po' di fonetica storica!
Nella notazione del protoindoeuropo, la r̥ col circello sottoscritto indica che la consonante vibrante (per farla breve, la nostra r) si trova in apice di sillaba, cioè si comporta come una vocale: l’italiano non possiede questo suono nel proprio lessico, ma anche gli italofoni sanno produrre una r vocalica quando dicono «brrr, che freddo!». In protoindoeuropeo, le consonanti capaci di trovarsi in apice di sillaba e comportarsi quindi da vocali erano *l e *r (le cosiddette liquide) e le nasali *m e *n: le chiamiamo collettivamente “sonanti”, e quando si trovano in apice di sillaba diciamo che sono “sonanti sillabiche” e le scriviamo *l̥, *r̥, *m̥ e *n̥. Anche alcune lingue indoeuropee moderne hanno delle sonanti sillabiche (che nella maggior parte dei casi non derivano da quelle protoindoeuropee): abbiamo citato più volte la nasale sillabica del calabrese (’ndujia, ’ndranghe/ita), ma, per quanto riguarda le liquide sillabiche, sono soprattutto le lingue slave a dispensarci esempi, come il noto nome croato dell’isola di Veglia, Krk, oppure il nome ceco della Moldava, Vltava, il fiume che scorre sotto il romantico (ma funestato dal turismo) Ponte Carlo di Praga.
Il solito sanscrito mantiene alcune liquide sillabiche pari pari a come erano in protoindoeuropeo: il grado zero *dr̥ḱ- della nostra radice continua come dr̥ś- in varie forme verbali, e lo stesso nome sanscrito del sanscrito è saṁskr̥tám (non scusate il bisticcio di parole: è voluto e amato), dove -skr̥tám procede dal participio protoindoeuropeo *ku̯r̥tó- ‘fatto’ (saṁskr̥tám è la lingua 'ben fatta', 'compiuta', regolare e polita come la superficie bianca di un 'con-fetto').
Il greco, invece, ha avuto un rapporto più travagliato con questa eredità materna: *l̥ e *r̥ perdono lo scettro di apice di sillaba, perché gli spuntano a destra o a sinistra una a o una o (a seconda dei dialetti) e si prendono lo scettro: nel pronunciare la parola che era stata *dr̥ḱōn, le generazioni di parlanti hanno col tempo sviluppato una vocale “d’appoggio”, sulla quale poggiare più comodamente l’apice di sillaba. Avranno iniziato con una ə, per arrivare infine alla a: così, da *dr̥ḱōn, δράκων.