Indulgere

in-dùl-ge-re (io in-dùl-go)

Accondiscendere, assecondare; abbandonarsi, lasciarsi trasportare da un'inclinazione; concedere benignamente, perdonare, giudicare con benevolenza

dal latino indulgére, di etimo incerto.

Nelle forme di questo verbo significati desueti tanto da apparire di puro registro letterario e significati quotidiani si intrecciano in maniera sorprendentemente stretta. In questo quadro, che altrimenti sarebbe irrimediabilmente annodato, è urgente cercare di cogliere il nocciolo unificante dell'indulgere.

E non è difficile: è essenzialmente un acconsentire. Si può declinare nel senso di accondiscendere (indulgo alla tua richiesta), di non opporsi a una propria inclinazione per quanto poco edificante (indulgo ai piaceri del fumo), ma anche a un concedere con benignità (ti indulgo la precedenza), a un giudicare con benevolenza (ti chiedo di indulgere sull'accaduto); e frutti più evidenti di queste ultime sfumature sono l'indulgente e l'indulto - c'è concessione, c'è perdono. E come scordare le indulgenze.

Si tratta di una voce dotta, recuperata nel Trecento, ed è un recupero piuttosto curioso: l'omologo latino indulgere aveva curiosamente i significati con cui ricorre più di frequente ai nostri giorni, mentre non aveva quelli che per primi gli sono stati attribuiti nel Trecento (giusto le accezioni di concessione celeste e di perdono), che sono frutto di un'estensione - per quanto molto liscia.

La combinazione fonetica di questo verbo suona all'orecchio con una morbidezza dolce (anzi il 'dolce' quasi ci echeggia dentro) e scura, calma, il che rinforza in modo netto la suggestione di uno spirito di benevolenza che asseconda sereno, senza ruvidità: non condiscende per piaggeria, non accetta a malincuore. Così indulgiamo a un capriccio complice, dovrei alzarmi dal divano ma indulgo ancora qualche pagina, e quando i meriti sono brillanti è facile indulgere.

Parola pubblicata il 11 Febbraio 2019

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