Inesausto
i-ne-sàu-sto
Significato Che non accenna a esaurirsi
Etimologia voce dotta recuperata dal latino inexhaustus, in cui il prefisso in- negativo è anteposto a exhaustus ‘esausto’ participio passato di exhaurire ‘attingere, svuotare’, da haurire ‘attingere’ col prefisso intensivo ex-.
- «La tua inesausta faziosità è perfino ammirevole.»
Parola pubblicata il 26 Ottobre 2026 • di Giorgio Moretti
Andando subito a cercare la cifra dell'inesausto, forse possiamo instradarci sulla riflessione che abbiamo fatto confrontando l'invitto e l'invincibile, l'immoto e l'immobile — agganciando qui l'inesausto all'inesauribile.
Curioso come le alternative che finiscono in -bile, che in queste formazioni negative escludono radicalmente una possibilità (con un po' di sbavatura d'iperbole), siano tanto più correnti. Curioso come le alternative che invece rilevano in maniera più misurata e compassata che qualcosa non è avvenuto siano invece tanto più poetiche. Bel tradimento dell'aspettativa, che tiene alta la vigilanza.
L'inesausto non è esausto, rilievo facile. Diciamo meglio, l'inesausto non è ancora esausto, anzi non è mai esausto. Non accenna ad esaurirsi. Ma esausto, esaurire, che vuol dire?
L'etimologia ci presenta un verbo che forse non ci è consueto, haurire, un verbone dai cento significati che possiamo riassumere in un 'attingere'. L'esaurire insomma è un finir d'attingere, un tirar fuori completo, un estrarre del tutto. Dentro non c'è rimasto niente — esaurire, esausto (notiamo qui che esausto è dal participio passato exhaustus dell'exhaurire latino, mentre l'esaurito è participio passato dell'esaurire italiano, derivato dotto dell'exhaurire).
Ora l'esausto è una qualità molto corrente: non è spicciolo quanto lo stanco, ma insomma, non ci stupiamo per la ricercatezza del termine se una persona a fine giornata ci dice d'essere esausta. Aleggia il sospetto più che fondato che l'essere esausti sia uno stato normale, ben più dell'essere inesausti — e non solo se si parla di gente.
Se parlo di un suolo esausto, spremuto dalle coltivazioni fino allo stremo, se parlo di una sorgente esausta, che mi ricordo quando buttava ridente mentre ora è disseccata, parlo di decadenze regolari. Già nel medioevo si diceva mundus senescit, 'il mondo invecchia'. Invece un terreno inesausto, una sorgente inesausta, se non sanno proprio di miracoloso, sanno almeno di mirabolante. Sto magnificando un tratto fertile e perenne. Questa roba non si stanca, si può continuare ad attingere. Ma torniamo sul sottile.
Posso parlare di come certe opere siano fonti inesauribili d'ispirazione, ed ecco che sto decantando una forma d'eternità, di roba che continua a parlare e a germogliare in modi impensati; forse la mia retorica qui è però più in posa che coinvolta. Se invece parlo di una fonte inesausta d'ispirazione, ecco che nell'elogio la mia tremante meraviglia si sente — «Ma come, ancora? Ancora e ancora?» — e si sente anche più che nella permanenza ferma del perenne, più che nell'operosa schiena dell'indefesso, più che nelle gambe un po' prosaiche dell'instancabile, dell'infaticabile.
Lo stesso, se parlo di un'inesausta brama di prestigio e denaro, di una pazienza inesausta, del mio inesausto amore: non è un'ipotesi madornale, ma un'osservazione reale. E tutt'altro che distaccata: il rilievo dell'inesausto è emozionato. Emozionato davanti a ciò che dura.