Lemme

lèm-me

Nella locuzione 'lemme lemme', adagio, con flemma.

forse dal latino solèmnis 'solenne'.

È all'inizio del Seicento che il lemme, anzi il lemme lemme fa la sua comparsa sulla scena dell'italiano, nell'amena opera di Girolamo Leopardi Capitoli e canzoni piacevoli (in particolare, nella descrizione di un idillio da taverna). Il lemme lemme ha un passo lento, procede adagio adagio; non per pigrizia o svogliatezza, non per impedimento o sfiancamento. È determinato da una serenità che esilia la fretta, da una mente tranquilla: l'assenza di frenesia nello spirito si ripercuote nella flemma degli atti.

Se ci domandiamo da dove vien fuori questa espressione, la risposta che gli studiosi danno è una, per quanto scricchiolante: è probabilmente un derivato del latino solemnis (cioè 'solenne'), che ha subito un'aferesi della prima sillaba (si sarebbe potuto dire 'solenne solenne'), e che comunque è stato adattato col metro dell'onomatopea — mutando la durezza febbrile di una 'n' dentale nella calma morbidezza di una 'm' labiale. Il carattere descritto dal lemme lemme avrebbe quindi la maestosa tranquillità dell'atto solenne, del gesto rituale, colto non nella sua carica pesante di potere esoterico, ma nella sua olimpica distensione, nel suo prendersi il tempo che ci vuole secondo metri suoi. La tranquillità del lemme lemme è smaliziata, disinvolta — una declinazione sorridente della serietà del solenne.

Nel pomeriggio assolato mi avvicino lemme lemme al baracchino che vende bibite e gelati, a spettacolo finito me ne vado lemme lemme chiacchierando con gli amici, e parto presto per poter guidare lemme lemme e godermi il panorama e qualche sosta. Una locuzione avverbiale che rende il meglio della lentezza, la parte più calda della flemma, la padronanza dell'adagio.

Parola pubblicata il 02 Giugno 2019

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